Santo Stefano: storia e iconografia

Di Laura Corchia

Di Stefano parlano gli Atti degli Apostoli (6-7): è il primo nominato dei sette diaconi incaricati di curarsi della distribuzione quotidiana del cibo, in particolare delle vedove.

Invocato contro l’emicrania e per la buona morte, era “un uomo di fede e pieno di Spirito Santo” “ricco di Grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo”.

Probabilmente era un ebreo di origine ellenica. Accusato di aver pronunciato parole blasfeme contro Mosè e contro Dio, sostenne una lunga disputa nel sinedrio, durante la quale disse di vedere in cielo la gloria di Dio. I sacerdoti si scagliarono contro di lui, fu condotto fuori città e martirizzato tramite lapidazione.

Solitamente, è rappresentato con abiti da diacono, con dalmatica o camice o stola indossata di traverso. Può anche avere la tonsura monacale, specie in raffigurazioni medievali. Suoi attributi sono le pietre con cui venne lapidato, la palma del martirio e il libro.

Tra i tanti artisti che hanno raffigurato Santo Stefano, ricordiamo Vittore Carpaccio (1465 – 1525 o 1526). Egli, tra il 1511 e il 1520, realizza cinque teleri con Storie di Santo Stefano. Commissionati dalla Scuola dei Laneri, oggi sopravvivo solo quattro opere. Tra di esse, spicca della Disputa di Santo Stefano. Ambientata in un’aula che affaccia su un arioso paesaggio, la raffigurazione mostra il giovane diacono seduto su una sorta di cattedra e circondato dai dottori ebrei. Assistono alla discussione teologica, verso cui mostrano scarso interesse, i confratelli della Scuola dei tagliapietra. Nel personaggio in tunica nera che fa capolino in secondo piano è stato riconosciuto Carpaccio, sia per la particolare posizione, seminascosto dietro la colonna che reca la firma e la scritta finxit, sia per la somiglianza con l’effigie del ritratto maschile visto nel 1789 nella collezione Giustiniani Recanati a Venezia da Luigi Lanzi, che lo considerò un autoritratto dell’artista. Non tutti, però, sono concordi con questa teoria. Gentili, ad esempio, individua la figura del pittore nell’uomo con la veste rossa, colto nell’atto di autocandidarsi. Inclinandosi verso Santo Stefano, Carpaccio sembra ascoltare la sua requisitoria contro l’ignoranza e la superbia degli ebrei, cui allude la faraona contrapposta alla beccaccia, carica del significato positivo assegnato a tutti gli uccelli dal becco lungo. Il titolo del libro appoggiato alla pedana del tribunale ribadisce l’errore del popolo ebraico: Gentili scioglie infatti la scritta “INSA57” con “IN SAPIENTIAM 5,7”, riferendola a un passo del commentario cristiano al Libro della Sapienza, focalizzato sull’inutilità della superbia che conduce solo alla perdizione.

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Vittore Carpaccio, Disputa di Santo Stefano, 1514, olio su tela, Milano, Pinacoteca di Brera
Vittore Carpaccio, Disputa di Santo Stefano, 1514, olio su tela, Milano, Pinacoteca di Brera

Santo Stefano è ritratto anche da Giotto, tra il 1330 e il 1335. Si ritiene che sia uno dei più raffinati dipinti su tavola superstiti di Giotto. Per molto tempo, si è creduto che questa tavola appartenesse a un polittico con al centro la Madonna col Bambino conservata alla National Gallery e, nel laterali, i Santi Evangelista e Lorenzo. Tuttavia la vicinanza stilistica di Santo Stefano con gli affreschi della Cappella Bardi in Santa Croce, ha confutato tale teoria. L’ipotesi di una diversa appartenenza è stata poi confermata da recenti indagini che hanno messo in luce le differenti preparazioni del fondo: arancione per le tavole raffiguranti i Santi Giovanni Evangelista e Lorenzo, terra verde per la tavola con Santo Stefano. Quest’ultimo, elegante nella sua preziosa dalmatica, regge un libro ben rilegato con una mano lunga, snella, geometrica. Sul capo, sono poste le due pietre che lo hanno ucciso. Ma egli, pare non avvertire il senso del loro peso e il dolore.

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Giotto, Santo Stefano, 1330-35, tempera su tavola, Firenze, Museo della Fondazione Horne
Giotto, Santo Stefano, 1330-35, tempera su tavola, Firenze, Museo della Fondazione Horne

In Occidente, Santo Stefano si festeggia il 26 dicembre. Subito dopo il Natale, infatti, si ricordano  i “comites Christi “, cioè i più vicini al Figlio di Dio nel suo percorso terreno e primi a renderne testimonianza con il martirio.
Così il 26 dicembre c’è Santo Stefano primo martire della cristianità, segue al 27 S. Giovanni Evangelista, il prediletto da Gesù, autore del Vangelo dell’Amore, poi il 28, i seguenti. E’ stato lo Stato italiano, nel 1947, a decidere di rendere festivo il giorno dopo Natale, mentre prima era un giorno normale lavorativo: la Chiesa ricorda Santo Stefano, santo molto significativo e di modello per i fedeli, nel mondo cattolico, ma il 26 dicembre sarebbe stato ugualmente festivo, anche se vi fosse caduta un’altra festa, proprio per allungare le festività natalizie e per solennizzare ancora di più la nascita del Salvatore.

 

 

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