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Edward Hopper: il teatro della solitudine

di Laura Corchia

“Non dipingo quello che vedo, ma quello che provo”

Edward Hopper

La luce. Luce filtrata dalla mente dell’artista. Luce che costruisce gli oggetti e dà corpo a sensazioni ed emozioni. Tavole calde, stazioni di servizio, camere d’albergo, cinema, uffici che, nella pittura di Hopper, divengono silenziosi teatri della commedia umana; luoghi sospesi in uno spazio e in un tempo indefinito che è quello scandito dalle sensazioni interiori. Il suo è un realismo evidente. Nei suoi quadri non c’è posto per grattacieli, automobili, fabbriche, ma per una tagliente solitudine che trapela da città disabitate, da cinema e caffè che sembrano sull’ora di chiudere, dalle finestre chiuse degli appartamenti, dai capi chini su tazze di caffè, da mani nervose che impugnano sigarette.

Summer Interior (1909) Whitney Museum of American Art
Edward Hopper, Summer Interior, 1909

I quadri di Hopper sono abitati da persone tristi e silenziose, che indugiano nell’immobilità del tempo. Emerge un sentimento di solitudine, di non comunicabilità. Donne seminude davanti ad una finestra o intente a leggere un libro, donne stese su di un letto o sedute ad un caffè, da sole o con avventori occasionali, stazioni di servizio, architetture urbane: ritratti della desolazione della vita, voci di disperazione che emergono da una totale mancanza di rumore.

Scriveva Baigell in Arte Americana 1930-70: “Edward Hopper […] ritrasse coloro che sembravano sopraffatti dalla società moderna, che non potevano rapportarsi psicologicamente agli altri e che, con gli atteggiamenti del corpo e i tratti facciali, indicavano di non avere mai avuto una posizione di autorità. Dipinse gli incapaci, gli isolati e gli alienati dalla società. Gente che viveva sola anche se gli altri erano presenti, incapace o non interessata a creare contatti. […] Le sue figure sono imprigionate nel posto che occupano perché diventano parte generale del quadro e dei diversi movimenti direzionali di forme e colori”.

Edward Hopper fa parte di una stretta cerchia di artisti che non prende parte all’astrattismo propugnato dalle Avanguardie. Egli sceglie la tradizionale composizione figurativa e delinea le sue scene con colori brillanti e un disegno iperrealistico.

Edward Hopper, Gas, 1940
Edward Hopper, Gas, 1940

Nato nel 1882 a Nyack, un paese tra il fiume Hudson e New York City, Edward dimostrò subito un forte interesse per il disegno. Frequentò la New York School of Art e subito dopo partì alla volta di Parigi.

Al pari dei personaggi che popolano i suoi dipinti deserti, Hopper svolse una vita tranquilla e isolata, tutta concentrata nel suo studio a Washington Square, dove morì il 15 maggio 1967 all’età di 85 anni.

Edward Hopper, I nottambuli, 1942
Edward Hopper, I nottambuli, 1942

Scriveva Nietzsche che l’arte nasce dall’unione di due elementi: un grande realismo e una grande irrealtà. Edward Hopper li possiede entrambi, e nel grado più alto.

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