Egon Schiele: l’erotismo inquieto, l’ombra della morte

di Laura Corchia

Io sono per me e per quelli
ai quali la morbosa sitibonda smania d’esser liberi
tutto a mio avviso effonde,
ed anche per tutti, perché tutti amo – anch’io.
Sono tra i distintissimi il più distinto –
e tra chi rende, il massimo. –
Sono umano, amo la morte e amo la vita.

(Egon Schiele, Autoritratto)

Amò la morte, amò la vita, Egon Schiele. La sua esistenza fu breve, fugace come quelle stelle che cadono nelle calde notti d’agosto. Ma, durante i suoi pochi anni su questa terra, trovò l’amore, lo respirò a pieni polmoni. Lo si vede nei suoi dipinti, soprattutto uno degli ultimi: La Famiglia (1918).

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Nato a Tulln nel 1890, compì i primi studi nella cittadina natale e poi si trasferì a Vienna, dove si iscrisse all’Accademia di Belle Arti. Caparbio, entusiasta, dotato di un talento precoce e naturale, l’artista considerò Gustav Klimt come il suo “padre spirituale” e a lui guardò sempre, ma trovando ben presto una propria autonomia d’espressione. Entrambi sono infatti attratti dallo studio della figura umana, indagata anche dal punto di vista psicologico. Schiele rappresenta i suoi nudi asciutti e taglienti in pose sensuali ed erotiche, padroni di se stessi e del proprio corpo. Talvolta, queste figure si intrecciano e si fondono in abbracci senza amore, in pose carnali, in amplessi fugaci e scomposti. I corpi, crudi, emaciati, lividi, si contorcono in pose a tratti innaturali, rievocando l’immagine della morte, quasi una prefigurazione del destino che attenderà l’artista e che, prematuramente, segnerà la sua triste fine.

Le opere di Schiele non possono lasciarci indifferenti: indignano, commuovono, sconvolgono, scandalizzano. Le sue figure spregiudicate gli valsero un processo per diffusione di immagini immorali. Incarcerato nel 1912 con l’accusa di aver sedotto la figlia minorenne di un ufficiale di marina, a proposito di un dipinto eseguito dietro le sbarre scrisse: «Ho dipinto il letto della mia cella. In mezzo al grigio sporco delle coperte un’arancia brillante che mi ha portato V è l’unica luce che risplenda in questo spazio. La piccola macchia colorata mi ha fatto un bene indicibile».

Qualche anno più tardi, colpito da febbre spagnola, Egon Schiele si spense. La sua carriera artistica, durata appena otto anni, fu però destinata a grandi riconoscimenti. Tuttora, le sue opere ci parlano di una grande personalità, di un erotismo inquieto e straniante, ma assolutamente moderno e rivoluzionario.

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BIBLIOGRAFIA CONSULTATA PER LA REDAZIONE DI QUESTO ARTICOLO:

  • Giorgio Cricco, Francesco P. Di Teodoro, Itinerario nell’arte vol. 3 – Dall’Età dei Lumi ai giorni nostri, Zanichelli Editore;
  • G. Dorfles, F. Laurocci, A. Vettese, Storia dell’arte – volume 3, Atlas.

 

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