Cappella di Teodolinda: un video svela l’ultimo restauro

Di Laura Corchia

Mantelli e armature baluginanti di luce, sfavillanti come gioielli. Cromie delicate e vivaci. Broccati dalla consistenza tattile. Architetture animate da vivaci e snelle figure. Tutto ciò è stato rivelato dall’ultimo restauro eseguito nella bellissima Cappella di Teodolinda, sita nel Duomo di Monza.

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Grazie all’impegno della Fondazione Gaiani, ente responsabile della gestione e della tutela del patrimonio artistico del Duomo, e al suo solido progetto di restauro, nel corso di sette anni ha preso forma un cantiere in cui sono state condotte importanti analisi diagnostiche e ricerche scientifiche ed è stata portata avanti un’opera di sorprendente recupero con l’impiego delle tecnologie più avanzate in ogni fase dei lavori.

Grazie alla consapevolezza acquisita con le indagini preliminari si sono individuati i problemi da risolvere, che si differenziano caso per caso: la volta, assai degradata e ridipinta, presentava un fissativo superficiale, il Paraloid che creava gravi problemi di conservazione al colore, in più zone decoeso dal supporto, mentre sulle pareti le pitture, durante uno dei precedenti restauri, erano state verniciate con della resina mastice. Questi materiali soprammessi sono stati rimossi perché compromettevano la conservazione dell’opera.

Le pitture sono state eseguite con una tecnica mista: alcuni pigmenti minerali sono stati stesi ad affresco e a mezzo fresco per la preparazione degli sfondi architettonici, di alcune vesti e degli incarnati. L’esecuzione pittorica è stata ottenuta al 90% con tempere a uovo e a olio, sono presenti parecchie finiture in lacca rossa e in resinato di rame assai compromesse laddove si sono conservate. Anche le decorazioni in pastiglia dorata o su lamine di stagno presentavano dei danni ingentissimi, cosi’ pure i fondi verdi dei prati e i cespugli che nella maggior parte dei casi sono stati irreversibilmente compromessi dagli interventi di restauro pregressi.

Il metodo detto della tecnica mista è indubbiamente il più labile, perché con la varietà dei leganti usati aumenta il numero dei solventi non idonei, inoltre tutti questi preziosi pigmenti sono molto sensibili all’azione dell’acqua e delle sostanze basiche (oltre che logicamente di quelle acide). Non è casuale, quindi, ma ben localizzata la perdita della pellicola cromatica. I danni più rilevanti interessavano gli sfondi verdi eseguiti con malachite e giallo di piombo e stagno in legante oleoso, le decorazioni d’oro, applicate su missione o su foglia di stagno, le lacche rosse usate per impreziosire le lamine dorate, i resinati di rame stesi sullo stagno per imitare delle luminescenze simili all’argento delle armature.

Le zone meglio conservate, peraltro, sono indubbiamente quelle relative agli incarnati, eseguiti con bianco San Giovanni e terre rosse stemperati in legante proteico, rosso d’uovo mentre le pitture della parete nord appaiono assai più compromesse di quelle della parete sud.

La cappella, posizionata a alla sinistra dell’abside centrale del Duomo di Monza, è decorata da un ciclo di affreschi degli Zavattari, famiglia di pittori con bottega a Milano. le pitture murali furono probabilmente commissionate da Filippo Maria Visconti. La decorazione venne condotta in due riprese, la prima tra il 1441 e il 1444 e la seconda tra il 1444 e il 1446, con l’opera attribuita a quattro diverse “mani”.

La rappresentazione è tratta da episodi tratti dalla Historia Langobardorum di Paolo Diacono e da una leggenda tardo medievale riportata dal cronista monzese Bonincontro Morigia (XIV secolo), che narra del sogno della regina Teodolinda per la fondazione del duomo.

Le scene degli affreschi sono 45, distribuite su cinque fasce sovrapposte per un totale di circa 500 m2. Probabilmente Franceschino, il padre, concepì l’intero ciclo e dipinse le scene 1-12; il secondo maestro, forse il figlio Giovanni, affrescò dalla 13 alla 34, poi suo fratello Gregorio dalla 35 alla 41 e infine Ambrogio, il fratello più giovane, le quattro scene finali dalla 42 alla 45. La scena 32, firmata e datata 1444, viene considerata il punto di passaggio tra la prima e la seconda fase, come sembrano comprovare anche alcuni recenti documenti d’archivio.

Il restauro è stato effettuato dal team di Anna Lucchini srl e con l’ausilio di Led OSRAM, con il supporto di Serena Tellini e Francesco Iannone, lighting designer di Consuline. La collaborazione tra Consuline e Osram, supportata dall’esperienza di entrambi nel campo dell’illuminazione per l’arte, ha portato all’identificazione di una soluzione LED, più efficace e flessibile rispetto agli esistenti sistemi basati sulle classiche sorgenti fluorescenti, con risultati di color rendering (resa cromatica) e qualità della luce assolutamente unici e particolarmente adatti a creare le condizioni ottimali per l’intervento di restauro. Come ha spiegato l’architetto Tellini, “alcune lunghezze d’onda associate a un adeguato sistema di controllo consentono una precisa percezione delle cromie dei dipinti e della tridimensionalità dovuta alla stratificazione della pittura”.

 

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