Piero della Francesca e l’enigma della “Flagellazione”: proposte interpretative

di Laura Corchia

L’Unico dato certo dell’opera è la sua autografia: il dipinto è stato eseguito da Piero della Francesca, come attesta la firma posta sul gradino ai piedi di Pilato. Per il resto, le notizie sono scarse. La singolare iconografia vede in secondo piano la Flagellazione di Cristo, mentre in primo piano tre misteriosi personaggi.

Le interpretazioni dell’opera si possono suddividere in 3 gruppi:

  1. Quelle che affermano che tra le due scene non vi è nesso;
  2. Quelle che sostengono che i tre personaggi fanno parte organicamente della scena della flagellazione;
  3. Quelle che ritengono che le due scene sono disgiunte e che tra di esse ci sia un rapporto da determinare.

Piero della Francesca, Flagellazione, 1444-69
Piero della Francesca, Flagellazione, 1444-69


La prima ipotesi è stata sostenuta dal Toesca, secondo cui Piero darebbe prova di un disinteresse nei confronti della scena principale, la flagellazione.

La seconda tesi è stata sostenuta da Gombrich, il quale ha ipotizzato che l’uomo barbuto sia Giuda, nell’atto di restituire ai membri del Sinedrio il prezzo del tradimento, anche se nel quadro non vi è traccia dei trenta denari.

Gilbert, che in un primo momento aveva interpretato i tre uomini come passanti, ha imperniato la propria analisi sulla scritta “Convenerunt in unum” che in passato accompagnava il quadro che, negli Atti degli Apostoli, viene riferita alla Passione di Cristo. Gilbert identifica i personaggi con Pilato sul trono, Erode (l’uomo col turbante) e in primo piano, da sinistra a destra, un gentile, un soldato e Giuseppe d’Arimantea.

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Secondo L. Borgo, l’iconografia deriverebbe da un passo del Vangelo di Giovanni in cui si dice che i membri del Sinedrio rimasero fuori da palazzo di Pilato. Questo riscontro non spiega alcuni elementi, come la presenza del giovane a piedi nudi e con indosso una tunica, mentre gli altri due uomini vestono abiti moderni. Un antico testo ebraico menziona tre oppositori di Pilato (un sacerdote, un anziano e uno detto giardiniere), ma questo testo non circolava in Italia all’epoca dell’esecuzione del dipinto. Lo studioso ha sostenuto che Piero si sarebbe ispirato a un affresco perduto raffigurante la Flagellazione di Andrea del Castagno.

Una anonima tavoletta dei primi anni del ‘500 sembrerebbe confermare l’ipotesi di Borgo. Raffigura in primo piano un vecchio barbuto, un uomo di mezza età e un giovane. L’edificio in rovina entro cui si svolge il martirio deriva da un’incisone firmata da Bramante. Con questo nome ci accostiamo a Urbino e a Piero. Tra le due opere ci sono delle evidenti somiglianze, ma anche molte differenze: le fisionomie sono diverse, i gesti e gli abiti dei due personaggi laterali sono invertiti e, soprattutto, i tre uomini sono ai lati di Cristo. Il vecchio dalla lunga barba è caratterizzato come sacerdote ebreo, l’uomo di mezza età ha un copricapo nero e non un cappello orientale, il giovane non ha né tunica né piedi nudi.

I tre personaggi, secondo un’interpretazione formulata nel corso del ‘700, sarebbero Oddantonio conte di Urbino (al centro), Federico (a destra), suo figlio Guidobaldo (a sinistra). Successivamente, l’identificazione con Oddantonio rimase, mentre gli altri due personaggi furono identificati con i malvagi consiglieri Manfredo del Pio e Tommaso d’Agnello, uccisi con Oddantonio nel 1444. Con riferimento al duca ucciso, in base alla scritta “Converunt in unum”, le due scene furono dunque messe in rapporto analogico. Ciò daterebbe la tavola al 1444, anno della congiura e della morte di Oddantonio.

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Tuttavia, una datazione così precoce poneva però difficoltà di ordine stilistico perché collocava l’opera tra le prime eseguite da Piero.

Quest’interpretazione crollò nel 1951, quando Clark la mise in discussione sulla base dello stile: gli echi dell’architettura albertiana non coincidono con la ricerca condotta fino a quel momento da Leon Battista Alberti. Veniva avanzata l’ipotesi che i tre personaggi fossero intenti a meditare sulle sofferenze di Cristo. Vennero avanzate due date specifiche per l’esecuzione:

  1. Il 1459, in occasione del Convegno di Mantova convocato da Pio II per esortare i principi cristiani alla crociata
  2. Il 1461, quando Tommaso Paleologo si recò a Roma per portare la reliquia dell’apostolo Andrea, Nell’uomo barbuto, infatti, Clark riconosceva una certa rassomiglianza con i Paleologi.

Aromberg Lavin, nel suo saggio, propone una nuova interpretazione: Piero avrebbe rappresentato il colloquio tra Ottaviano Ubaldini della Carda, cortigiano di Federico e committente del quadro (a sinistra) con Ludovico Gonzaga marchese di Mantova. I due personaggi discuterebbero delle sventure familiari che avrebbero colpito entrambi: rispettivamente la morte del figlio e l’invalidità del nipote, raffigurato al centro prima della malattia. Ubaldini starebbe esortando Ludovico alla rassegnazione, ricordandogli, attraverso la flagellazione, che la gloria cristiana è superiore ai dolori terreni. Questa lettura dell’opera si è rivelata però infondata.

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Gouma-Peterson riprende la teoria di Clark, sostenendo che le calze cremisi indossate da Pilato facevano parte del costume degli imperatori d’Oriente. Pilato sarebbe dunque Giovanni VIII Paleologo e la flagellazione simboleggerebbe le sofferenze della Chiesa ad opera dei Turchi. L’uomo a destra sarebbe un principe occidentale, l’uomo barbuto sarebbe un greco, come indicano le vesti, atto a mediare tra Oriente e Occidente, il giovane invece sarebbe l’atleta della virtù pronto per la lotta.

Lo scarto tra i due mondi, quello del presente (le figure in primo piano) e quello del passato (la flagellazione), è sottolineato anche dalla diversità delle fonti di luce, provenienti da sinistra e da destra.

A commissionare il quadro sarebbe stato il cardinal  Bessarione, che lo avrebbe inviato a Federico per convincerlo ad intraprendere una crociata verso i turchi. L’uomo barbuto sarebbe un cripto-ritratto del cardinale, raffigurato in veste di ambasciatore bizantino.

Tra tutte queste proposte, quelle più plausibili apparirebbero quella di Gilbert che cerca di inserire la flagellazione in una serie iconografia preesitente e quella formulata da Clark e ripresa da Gouma-Peterson, che ipotizza un’iconografia anomala e un riferimento a eventi politici e religiosi contempoanei (tranne il giovane che sarebbe una figura allegorica).

BIBLIOGRAFIA: Carlo Ginburg, Indagini su Piero, Torino, Einaudi, 1981.

 

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