Giovan Battista Cavalcaselle e la nascita del restauro ‘filologico’

Di Laura Corchia

Dopo una iniziale formazione presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, Giovan Battista Cavalcaselle (1819-1897), viaggiò nei grandi centri artistici europei e a Londra iniziò la sua monumentale opera in cui i vari artisti erano catalogati in base a scuole regionali che, a loro volta, erano inserite all’interno di scuole nazionali. Egli aveva elaborato un metodo attributivo che, attraverso l’analisi degli elementi stilistici, storici, documentari ed archivistici, gli permetteva di leggere l’opera come se fosse una pagina scritta. I suoi libri erano corredati da incisioni e da schizzi ricchi di annotazioni.

Rientrato in Italia dopo l’Unità, si stabilì a Firenze, dove venne nominato Ispettore del Ministero della Pubblica istruzione e dove gettò le basi di un restauro inteso in senso filologico e non più estetico. Per la prima volta, si fece largo la necessità di una nuova e autonoma professionalità tecnica del restauratore, ben distinta da quella dell’artista. Inoltre, nacque la figura dello storico dell’arte che, attraverso le sue conoscenze di ambito storico-artistico, era in grado di fornire le giuste indicazioni al restauratore.

Per evitare che quest’ultimo rifacesse o imitasse mimeticamente l’opera su cui interveniva e quindi entrasse in competizione con l’artista antico, Cavalcaselle reclutò una nuova leva di operatori provenienti dal mondo delle botteghe artigiane, dotati di abilità manuale ma di scarsa tendenza artistica.

Dal punto di vista normativo Cavalcaselle elaborò due circolari ministeriali. Nella prima, datata 30 gennaio 1877, egli elencò una serie di operazioni tecniche da eseguire durante il restauro. La reintegrazione delle lacune, secondo quanto si legge, doveva avvenire  con colori meno vivaci degli originali, in modo da poter essere individuata e distinta dall’osservatore. A differenza di Viollet-le-Duc, che sosteneva un concetto di restauro mimetico, Cavalcaselle introdusse quello che oggi viene definito un “neutro intonato”, cioè una stesura cromatica utile a dare leggibilità all’opera, ma immediatamente visibile ad una analisi ravvicinata.

Camillo Boito (1836-1914) svolse un’attività parallela a quella del Cavalcaselle, ma rivolta ai monumenti. Progettista e restauratore, si fece anch’egli promotore di un restauro di tipo filologico, secondo cui le architetture devono venire piuttosto consolidate che riparate, piuttosto riparate che restaurate.

Interessante è la mozione proposta da Boito nel 1883, durante un convegno. La sua lettura consente infatti di comprendere i principi propugnati da questa nuova impostazione.

In mancanza di una sicura informazione, le forme portanti, come ad esempio le colonne, andavano ricostruite in forme semplificate e con un volume astratto, al fine di assolvere ad una mera funzione statica senza intenti imitativi.

I monumenti di interesse non archeologico potevano essere reintegrati nelle loro parti mancanti, purché i rifacimenti fossero eseguiti con materiali differenziati o con qualche altro elemento di riconoscibilità.

Gli ultimi punti del documento fanno riferimento alla necessità di una adeguata documentazione del restauro attraverso fotografie, relazioni tecniche e lapidi da infiggersi nell’edificio recanti le date e le operazioni principali del restauro.

Uno dei restauratori selezionati dal Cavalcaselle fu Guglielmo Botti, noto perché in gioventù era intervenuto sui dipinti di Benozzo Gozzoli al Camposanto di Pisa. L’artista, per salvaguardare i dipinti dall’umidità e dai sali, li isolò fissando sopra la parete un graticcio, su cui far stendere un intonaco per la pittura. Il consolidamento eseguito dal Botti fu a base di cera-resina a caldo che, col passare del tempo, ha purtroppo prodotto ulteriori danni.

Lorenzo Monaco, Incoronazione della vergine part. della predella, 1414, Firenze, Galleria degli Uffizi. Opera restaurata da Ettore Franchi.

Lorenzo Monaco, Incoronazione della vergine part. della predella, 1414, Firenze, Galleria degli Uffizi. Opera restaurata da Ettore Franchi.

Ma il restauro che destò maggiore scalpore fu quello che interessò gli affreschi della Basilica di Assisi. Botti non solo decise non integrare le parti mancanti, ma addirittura non stuccò nemmeno le lacune, lasciando i mattoni a vista.

Successivamente, lavorò agli affreschi della Cappella degli Scrivegni a Padova e nell’Oratorio di San Giorgio di Altichiero, dove però fu sorpreso ad usare grappe di ferro invece che di rame e la cosa gli costò un declino della fortuna.

Un altro restauratore che lavorò per Cavalcaselle fu Filippo Fiscali. Egli intervenne su numerose opere, ottenendo risultati contrastanti. Se infatti il restauro sul San Pietro Martire di Guercino può definirsi tecnologicamente impeccabile, l’intervento sulla Pala dei Mercanti di Francesco del Cossa ha purtroppo causato l’alterazione della policromia, perché il restauratore non aveva ben compreso la tecnica di esecuzione (una tempera magra[1]).

Uno dei cantieri più lunghi fu quello sugli affreschi di Benezzo Gozzoli a Montefalco, dove realizzò una fedele attuazione dei neutri intonati prescritti dal Cavalcaselle.

La stagione del restauro filologico subì un arresto con la nomina di Arnolfo Venturi a Direttore Generale del Ministero e l’attenzione verso la lettura estetica dell’opera ritornò gradualmente in auge.

 

 

[1] La tempera magra si ottiene mescolando i pigmenti con acqua e colle vegetali e animali e produce chiaroscuri con scatti tonali secchi e decisi.

 

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