Pieter Bruegel il Vecchio e la guarigione della follia

di Vanessa Paladini

Il tema della guarigione della follia è trattato dall’artista Bruegel il Vecchio (Breda 1525/1530 – Bruxelles 1569) nella nota incisione La strega di Mallegem. La strega, come si legge sul margine inferiore dell’opera, promette di guarire gli abitanti di Mallegem: «Ghy lieden van Mallegem wilt nu wel syn gesint / Ick VrouwHexe wil hier oock wel worden bemint / Om v te genesen ben ickgecomen hier / Tuwen dienste met myn onder meesten fier. / Compt vry den meesten met den minsten sonder verbeyen / Hebdyde wesp int hooft, oft loteren v de keyen» ossia «O gente di Mallegem, state allegri! / Io, signora strega, voglio esser venerate anche da voi. / Per curarvi qui sono giunta/ al vostro servizio, con il mio assistente. / Accorrete, presto, venite tutti, / i supremi assieme agli infimi, / perché avete la testa piena di vespe e di pietre che spuntano».

Nella lingua fiamminga del Cinquecento la parola «mal» significa pazzo e «ghem» indica un luogo di abitazione. La tradizione affermava che la follia si trovava nella testa delle persone sotto forma di pietra e che l’estrazione di essa avrebbe sancito la completa guarigione.

La scena si svolge all’aperto e si apre su un paesaggio, vicino ad un mulino ad acqua, dove appare un corno che spunta dalla terra da cui si riversa nel fiume una pioggia di sfere. Il mulino è simbolo della ciclicità della vita ma anche dell’amore e della morte giacché il grano viene incessantemente frantumato tra le pietre delle macine (il maschile e il femminile). In Bruegel come in alcune canzoni popolari, il mulino non macina altro che «l’amore della notte e del giorno».

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A colpire non è solo la mostruosità della natura ma anche una serie di figure che si ergono al centro della scena. La prima è una strega dai capelli arruffati, con un basso di viola sulla spalla sinistra e una cassetta di medicamenti sotto il braccio destro. Il basso di viola, strumento destinato a un nobile scopo perché simboleggiante l’armonia del mondo, è profanato dalla strega che lo regge capovolto. Poco più in basso un folle, sottoposto a cura, è legato ad una sedia operatoria: ha un coltello legato alla fronte e un altro personaggio gli versa del liquido sul cranio. Al suo fianco, un’altra strega di profilo, torce la testa ad un paziente già operato per mostrarlo al pubblico, con l’aiuto di un assistente che regge una lanterna. La scena rappresenta, secondo Wilhelm Fraenger,  la parodia di una occulta iniziazione desunta da Giamblico (De mysteriis III, 14) e dall’opera Peri mysterion , tradotta da Marsilio Ficino nel 1483. Lo stato di “illuminazione” del paziente è provocato per mezzo di una lanterna cieca e magica, tenuta in mano da quello che parrebbe essere il diavolo in persona e non un semplice assistente. Il cappello sacerdotale a punta che questo personaggio indossa  può essere collegato al corno demoniaco  da cui si rovesciano nell’acqua dei semi sferici. Bruegel, con ironia, avrebbe inscenato una parodia dei Misteri, accendendo poi una guizzante fiammella nella lanterna, quasi come fosse una candela natalizia o pasquale. Sulla destra spicca poi una folta schiera di infermi, riconoscibili dai rigonfiamenti delle loro fronti e dallo sguardo fanatico. Si tratta certamente di figure tratte dall’immaginario popolare, abitanti del villaggio facili prede di streghe e ciarlatani. Dal punto di vista storico-culturale questa incisione permette di osservare che questi riti non si limitavano a ristrette cerchie di utopisti, ma si estendevano sino ai contadini. Queste dicerie sulla follia dovevano dunque essere molto diffuse, collegate forse ad un sentimento di redenzione non estraneo alla popolazione agricola. Un uomo con la bocca serrata da un lucchetto è maliziosamente nascosto sotto un tavolo operatorio e dalla sua manica destra spunta l’emblema dell’antica «madre dei folli di Dijon». Il lucchetto del folle racchiude, nel suo significato simbolico, un’altra allusione ai Misteri. A collegare la figura del folle alla giovane strega è una scatola di sfere posta tra le gambe del paziente appena operato. Sono dunque quelle le pietre che loro mostrano. Sul lato sinistro dell’incisione alcune donne, indossanti mantelli a becco d’anatra, esaminano  incuriosite ciotole di unguenti poste sul tavolo, assieme a damigiane unite da tubi per la distillazione. Si nota la presenza di un’arma vicina ai tubi: è l’asta di una lancia sulla cui punta si trovano una falce di luna nuova e una sega a forma di falce. La lancia a mezzaluna può essere verosimilmente considerata come un vero e proprio oggetto cultuale della comunità gnostica misterica. Più in basso, a sinistra, da una scaffalatura a tre ripiani sulla quale è appollaiata una civetta, si osservano alcuni vasi. Su due di questi si legge «Honich» (miele) e «Sever» (aceto): l’artista ha voluto cogliere la polarità del mondo (fiele nel miele) banalizzandola in un buffo repertorio culinario. Davanti a questi ripiani c’è un muro di mattoni su cui si appoggia una coppia borghese, quasi incurante di ciò che accade intorno. L’uomo tuttavia sta calando una pietra doppia su un prigioniero che guarda nella direzione dell’osservatore, da una finestra nel muro chiusa da una grata a tre sbarre. La donna invece osserva la scena che si svolge nell’angolo destro del quadro dove, nella cavità di un grande uovo, si consuma un’altra operazione.

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