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Jackson Pollock: arte come movimento, energia e altre forze interiori

di Laura Corchia

“L’artista moderno, mi pare, lavora per esprimere un mondo interiore; in altri termini: esprime il movimento, l’energia e altre forze interiori”

(Jackson Pollock)

Intemperante e scostante, Jackson Pollock è il maggior esponente dell’Action Painting, che potremmo tradurre come “pittura d’azione”. La sua vita sregolata, stroncata da un incidente d’auto, si riallaccia a quella degli artisti bohémien della belle époque o dei primi anni del Novecento.

La sua formazione, abbastanza irregolare, è trascinata di malavoglia tra varie accademie e scuole d’arti americane, fortemente influenzata dalla pittura popolare messicana e da quella degli indiani d’America.

Pollock, Jackson (1912-1956): Number 34, 1949, 1949.. Utica (NY), Munson-Williams-Proctor Arts Institute*** Permission for usage must be provided in writing from Scala. May have restrictions - please contact Scala for details. ***

Nel 1945 sposa Lee Krasner, nota pittrice americana, e insieme si trasferiscono in quello che ora è conosciuto come il Pollock-Krasner House di Springs. In quella casa con annesso fienile, trasformati dall’artista in un laboratorio grazie alle sovvenzioni di , perfeziona la tecnica di pittura nota come dripping: le tele, stese sul pavimento, si riempiono di filamenti di colore versato da barattoli e, attraverso un’idea ben precisa, pian piano ritornano su se stessi descrivendo degli archi, dei riccioli e dei complicati arabeschi.

“Il mio dipinto non scaturisce dal cavalletto. Preferisco fissare la tela non allungata sul muro duro o sul pavimento. Ho bisogno della resistenza di una superficie dura. Sul pavimento sono più a mio agio. Mi sento più vicino, più parte del dipinto, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorare dai quattro lati ed essere letteralmente “nel” dipinto. È simile ai metodi dei pittori di sabbia indiani del west […] Continuo ad allontanarmi sempre di più dai soliti strumenti del pittore come cavalletto, tavolozza, pennelli, ecc. Preferisco bastoncini, cazzuole, coltelli e lasciar sgocciolare la pittura fluida o un impasto pesante con sabbia, vetri rotti o altri materiali estranei aggiunti. […] Quando sono nel mio dipinto, non sono cosciente di ciò che sto facendo. È solo dopo una sorta di fase del “familiarizzare” che vedo ciò a cui mi dedicavo. Non ho alcuna paura di fare cambiamenti, di distruggere l’immagine, ecc., perché il dipinto ha una vita propria. Io provo a farla trapelare. È solo quando perdo il contatto con il dipinto che il risultato è un disastro. Altrimenti c’è pura armonia, un semplice dare e prendere, ed il dipinto viene fuori bene”.

Pollock-Action-painting

Pollock chiede a  Hans Namuth, un giovane fotografo, di documentare attraverso fotografie e filmati il suo lavoro, proprio perché risulti chiaro che il suo metodo non è fondato su un uso inconsapevole del colore. Il pittore gli promette che avrebbe iniziato un nuovo dipinto appositamente per il servizio, ma quando Namuth arriva al laboratorio Pollock gli va incontro scusandosi e dicendogli che il quadro è già finito. Questa la descrizione di Namuth del momento in cui entrò nel laboratorio: “Una sgocciolante tela bagnata ricopriva l’intero pavimento… Vi era totale silenzio… Pollock guardò il dipinto. Poi, inaspettatamente, raccolse barattolo e pennello e iniziò a muoversi attorno al quadro. Era come se avesse improvvisamente realizzato che il quadro non era ancora finito. I suoi movimenti, dapprima lenti, diventarono via via più veloci e più simili ad una danza mentre scagliava pittura colorata di bianco, nero e ruggine sulla tela. Si dimenticò completamente che Lee ed io eravamo lì; sembrava non sentire il click dell’otturatore della camera fotografica… Il mio servizio fotografico continuò per tutto il tempo in cui dipinse, forse una mezz’ora. In tutto quel tempo Pollock non si fermò. Come può una persona mantenere questo livello di attività? Alla fine disse: «Ecco fatto»”.

A ritmo di Jazz, il suo genere musicale preferito, Pollock riempie le tele spesso camminandoci sopra. La vernice cola e si deposita lasciando traccia del movimento del braccio, come si evince dai documenti che mostrano il suo dipingere su lastre trasparenti.

I suoi quadri più famosi, appunto, sono quelli realizzati tra il 1947 e il 1950. Ma, giunto al vertice della fama, l’artista decide di abbandonare lo stile che lo ha reso noto. La sua breve, prolifica e tormentata esistenza si interrompe bruscamente l’11 agosto 1956: in stato di ebbrezza, si schianta con l’auto a meno di due chilometri da casa.

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