Il gatto nei dipinti: simbolo di maldicenza e di libertà

di Laura Corchia

Nell’immaginario collettivo, il gatto è da sempre fedele compagno delle streghe, ai piedi delle quali assiste durante la preparazione di mortifere pozioni magiche. Nel XII secolo l’associazione gatto-diavolo era molto radicata. Intorno al 1180, Walter Map sosteneva che durante i riti satanici “il diavolo scende come un gatto nero davanti ai suoi devoti. Gli adoratori spengono la luce e si avvicinano al luogo dove hanno visto il loro maestro. Lo cercano nel buio e quando lo hanno trovato lo baciano sotto la coda”. Il riferimento all’empia venerazione dei felini si ritrova anche nelle carte processuali: tra le accuse mosse a gruppi religiosi eretici come i Catari e Valdesi vi era anche quella di adorare i gatti, mentre durante il processo ai Templari, all’inizio del XIV secolo, non mancava l’accusa di far partecipare i gatti alle cerimonie religiose e di pregare per essi. Quanto alle streghe, si credeva che tra i loro artifici vi fosse quello di assumere sembianze feline. Queste credenze erano così diffuse e radicate che papa Innocenzo VIII nel 1484 arrivò a dichiararlo solennemente: “il gatto è l’animale preferito del diavolo e idolo di tutte le streghe”.

Tuttavia, questo animale amico dell’uomo non ha sempre rappresentato una minaccia o un simbolo funesto. In Grecia e a Roma, si riteneva che fosse sacro a Diana e si racconta anche che la dea della caccia, per sfuggire al terribile Tifeo, avesse assunto le fattezze di un gatto. Secondo alcuni, in quanto abile cacciatore, il gatto può essere paragonato a Gesù cacciatore di anime e, per questo motivo, spesso compare nei dipinti di carattere religioso. L’animale è anche attributo della Madonna perché un’antica leggenda narra che la notte in cui Cristo venne al mondo una gatta diede alla luce i suoi cuccioli.

Lorenzo Lotto, Annunciazione, 1534, olio su tela, Recanati, Museo civico Villa Colloredo Mels.
Lorenzo Lotto, Annunciazione, 1534, olio su tela, Recanati, Museo civico Villa Colloredo Mels.

Famosa è l’Annunciazione (1534) di Lorenzo Lotto, ambientata nella stanza da letto della Vergine. A sinistra si vedono un letto a baldacchino, una finestra e una mensola su cui sono esposti indumenti e oggetti d’uso quotidiano. Il Padre Eterno fa irruzione dalla loggia del giardino, mentre a destra un angelo reca un giglio in mano, portando l’altra verso l’alto, ad indicare che l’Annuncio viene dal Signore. La Vergine, spaventata, abbandona il leggio e si rivolge verso l’osservatore e il gatto che fugge spaventato unisce verismo e garbata ironia.

Romanino, Ultima cena, olio su tela, 1513. Padova, Museo Civico (dal refettorio di Santa Giustina)
Romanino, Ultima cena, olio su tela, 1513. Padova, Museo Civico (dal refettorio di Santa Giustina)

Il gatto compare anche nelle raffigurazioni dell’Ultima Cena mentre affronta un minaccioso cane, a indicare contrasto e inimicizia. Ai piedi di Giuda simboleggia il tradimento, dal momento che si dice che il gatto sia un animale traditore poiché è solito uccidere i topi dopo essersi divertito con loro. Alcuni autori medievali equiparavano il modo con cui i gatti catturano i topi a quello con cui il diavolo si impadronisce delle anime. Per esempio William Caxton, il primo tipografo inglese vissuto nel XV secolo, scrisse: “Il diavolo spesso gioca con il peccatore come il gatto fa con il topo”.

Lo stesso significato è stato attribuito alla personificazione del Contrasto, descritta come un giovane armato di spada ai cui piedi si situato un gane e una gatta dagli atteggiamenti minacciosi.

La natura indipendente e libera del gatto, soprattutto se paragonata all’indole fedele del cane, ha portato ad attribuire a questa bestiola il simbolo della libertà. Per l’uomo medievale che credeva che gli animali fossero stati creati da Dio per servire ed essere governati dagli esseri umani, il gatto doveva costituire una fastidiosa anomalia: per quanto addomesticato, ogni gatto era comunque riluttante all’obbedienza e alla fedeltà. Nei primi anni del XV secolo Edward, duca di York, scrivendo nei primi anni del XV secolo ha riassunto ciò che molte persone della sua epoca devono aver pensato: “La falsità e la cattiveria [dei gatti] sono ben note. Ma una cosa oso pure dire, che se vi è un animale che ha in sé lo spirito del diavolo, senza dubbio questo è il gatto, sia esso selvatico o addomesticato“.

Il gatto era molto amato nel mondo islamico. Questa predilezione affonda le sue radici nella tradizione (secondo alcuni antichi racconti Maometto amava i gatti e li trattava bene, e così anche altri profeti musulmani) ma che ha anche significati di carattere culturale e simbolico (un animale attento alla pulizia come il gatto non poteva che distinguersi positivamente rispetto alle altre creature). Un pellegrino europeo reduce da un viaggio nel Medio Oriente individuò nell’amore per i gatti una delle differenze più profonde tra musulmani e cristiani, affermando che “a loro piacciono i gatti, a noi piacciono i cani”.

 

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