Vincent van Gogh e l’influenza dell’arte giapponese

di Laura Corchia

“Vedi, amiamo l’arte giapponese, ne siamo influenzati […] tutti gli impressionisti condividono questa passione”

Queste parole, contenute in una lettera al fratello Theo, spiegano l’amore di Vincent van Gogh per l’arte giapponese, diffusasi in Europa a partire dal 1850.

Nella seconda metà del diciannovesimo secolo, il Giappone aprì le sue frontiere all’Occidente, firmando trattati commerciali con gli Stati Uniti e con le altre potenze mondiali. Ciò determinò una vera e propria invasione di oggetti provenienti dal Paese del Sol Levante, una moda che conquistò dame dell’alta società, scrittori ed artisti. Questi oggetti, decorati con “figurine femminili in giardino o sulla spiaggia, cavalieri, fiori, nodosi rami di rovo”, conquistarono tutti grazie  alla loro aura di esotismo, alla purezza dei colori brillanti e alla vivacità delle scenette raffigurate. Nel giro di breve tempo, la moda dilagò e il fenomeno assunse il nome di Giapponismo.

Vincent van Gogh, Rami di mandorlo in fiore, 1890

Impressionisti come Manet, Degas e Monet furono tra i primi a utilizzare nei loro quadri motivi derivanti dall’arte giapponese e, già durante il periodo olandese, Van Gogh divenne un accanito collezionista di stampe di Hiroshige e di Utamaro. Nel 1853 scrisse al fratello: “il mio studio è abbastanza sopportabile, soprattutto dopo che ho fissato alle pareti una collezione di incisioni giapponesi che mi piacciono molto”.Due anni più tardi, al café Le Tambourin, organizzò addirittura una mostra della propria collezione.

Del resto, artisti giapponesi come Utamaro e Hiroshige erano percepiti come contemporanei, essendo entrambi morti agli inizi dell’Ottocento. Nel 1880 a Parigi si contavano trentasei negozi di cineserie e di oggetti d’arte giapponesi, frequentati da artisti che desideravano attingere a piene mani a quel repertorio totalmente nuovo ed affascinante. Il commerciante Bing, punto di riferimento per chi volesse acquistare arte orientale, aveva concesso a Vincent libera circolazione anche nel magazzino e il Giappone coincise per l’artista con l’immagine di un mondo lontano e paradisiaco, incontaminato dalla civiltà moderna.

Completamente affascinato, cominciò a riversare nelle sue opere quel ricco repertorio iconografico, piegandolo al proprio stile e rielaborandolo secondo il suo modo di fare arte. Le cromie si fecero più spregiudicate e libere, rese da pennellate brevi e intrise di colore puro. Anche lo spazio divenne meno soggetto alla divisione prospettica dello spazio.

Père Tanguy,  1887, Musée Rodin, Parigi

Tra le opere recanti influenze giapponesi si può certamente annoverare il Ritratto di père Tanguy, un vecchio commerciante di colori. L’uomo, reso come una sagoma che si staglia davanti al fondale, è raffigurato seduto, braccia incrociate sul ventre. Ha un cappello e una giacca a doppio petto. Il suo sguardo un po’ smarrito denuncia la bontà d’animo e l’affetto che l’artista nutre nei suoi confronti. Alle sue spalle, Van Gogh raffigura un vasto repertorio di stampe giapponesi sue e del fratello Theo. La vivacità delle cromie è resa con pennellate energiche e vibranti, lontane dallo stile impressionista.

Vincent van Gogh, Japonaiserie: Oiran, 1887, Van Gogh Museum (Amsterdam)

Un altro dipinto, dal titolo Giapponeseria: Oiran, è ispirato alla copertina della rivista “Paris Illustré”. Raffigura una figura in kimono che si staglia su un fondo giallo brillante, a sua volta sorretto da una rana ripresa dalle Nuove stampe di rettili  e insetti di Yoshimaru. La figura è incorniciata da un canneto a destra e da un laghetto con ninfee a sinistra.

Ponte sotto la pioggia. Confronto tra le opere di Hiroshige (sinistra) e di Van Gogh (destra)

Preso a prestito da Hiroshige è invece Il ponte sotto la pioggia, una stampa su carta raffigurante un ponticello che attraversa un fiume. Nella versione originale, l’acqua  è resa con campiture di colore piatte che, solo in basso, si fanno più scure, a suggerire l’ombra che si addensa sotto la costruzione in legno. La fitta pioggia è resa da linee verticali che sembrano quasi tormentare le figurette che attraversano il ponte. Van Gogh, pur restando in linea generale fedele al modello, apporta alcune sostanziali modifiche che ci permettono di cogliere la sua personale interpretazione. Le pennellate rendono la scena più vibrante, trasformando le placide acque dell’originale in un fiume che scorre impetuoso.

Nel 1888, Vincent partì alla volta di Arles: “L’emozione che è nata in me durante il viaggio da Parigi ad Arles è ancora viva nella mia memoria. Guardavo il paesaggio, per vedere se fosse già il Giappone!”. Insaziabile ricercatore, curioso osservatore della realtà, , Vincent cercò, nel persino mezzogiorno della Francia, un angolo di Giappone. Lo trovò nei vivaci abitanti di quelle terra, nei campi arsi dal sole, nella luminosità dei paesaggi e negli alberi in fiore.

RIPRODUZIONE RISERVATA

BIBLIOGRAFIA CONSULTATA PER LA REDAZIONE DI QUESTO ARTICOLO:

  • Van Gogh, in I classici dell’arte, collana a cura del Corriere della Sera, Rizzoli (Skira);
  • Vincent Van Gogh, volume a cura del Van Gogh Museum di Amsterdam;
  • Van Gogh, collana I maestri dell’arte moderna, Skira.
 
Precedente "In quanti modi ti amo?": una poesia di Elizabeth Barrett Browning Successivo René Lalique e il gioiello Art Nouveau: quando la natura incontra l'arte