Tecniche di datazione applicate ai Beni Culturali

di Sara Venturiero

Uno degli aspetti più delicati e complessi successivi al ritrovamento di un reperto archeologico o di un manufatto artistico è certamente dichiararne l’autenticità. Purtroppo la storia dell’arte e l’archeologia si son dovuti spesso scontrare con il problema del commercio clandestino, sia nazionale sia internazionale, il quale provoca un grosso danno economico e culturale al nostro patrimonio. L’immissione di falsi sul mercato aggrava il problema, sia per il danno economico subito dall’incauto acquirente, sia per il messaggio culturale errato trasmesso al pubblico.

Di conseguenza cresce anche il numero di furti nei musei, di saccheggi nelle aree archeologiche e vengono incentivati gli scavi clandestini, per cui importanti reperti archeologici vengono prelevati dal loro sito e sottratti dal loro contesto storico di provenienza.

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Molto spesso l’esperienza dell’archeologo o dello storico dell’arte è sufficiente a riconoscere un falso o una copia dall’originale. Al tempo stesso, nel corso dei secoli, i falsari hanno affinato le proprie tecniche, diventando molto più abili nella realizzazione di beni contraffatti, tanto da riuscire a far nascere dei dubbi anche all’occhio più esperto.

Nei casi in cui l’occhio umano non riesca a determinarne l’autenticità, è assolutamente necessario ricorrere ad indagini scientifiche che mettano in luce le caratteristiche del manufatto, tanto da poterne dichiarare l’originalità.

Andiamo con ordine. Quali sono i passaggi fondamentali nell’identificazione di un manufatto?

  • La prima cosa che un esperto umanista è portato ad osservare sono l’analisi dei caratteri stilistici e iconografici, grazie ai quali, più delle volte già questi risultano soddisfacenti per identificare un falso. D’altra parte il falsario, artista nel suo campo, ha raggiunto capacità notevoli riuscendo a realizzare ceramiche che ricordano molto da vicino quelle autentiche, con raffigurazioni ed iconografie scrupolosamente studiate che riproducono esattamente quelle dei modelli classici conservati nei musei.

 

  • La seconda caratteristica riscontrabile dall’occhio esperto sono i cosiddetti segni d’invecchiamento. Un’opera antica deve apparire tale, di qualunque materia sia essa composta, deve poter essere evidente lo scorrere del tempo, pertanto deve presentare le tipiche tracce sulla sua superficie. Per esempio, un vaso antico di ceramica è generalmente rotto(difatti sono rarissimi i reperti ancora intatti), o presenta numerose crepe e fratture, le quali sono spesso invase da terra e presentano gli spigoli arrotondati, o addirittura vi sono parti mancanti, a causa della perdita di frammenti o di una rottura già al suo tempo, o ancora è evidente la perdita della decorazione in superficie, la quale può essersi staccata o corrosa durante l’interramento. Altre parti invece sono coperte da incrostazioni, concrezioni calcaree, segni di radici, mutamento del colore in presenza di particolari sostanze nel terreno, ecc.

 

  • Il terzo aspetto è il materiale. L’analisi visiva del materiale con cui è stata realizzata l’opera può già essere d’aiuto nel determinare l’originalità del manufatto. È noto, infatti, che molti colori usati in pittura sono stati introdotti solo nel XIX secolo con lo sviluppo della chimica industriale, mentre per quanto riguarda i prodotti fittili, si và ad esaminare la consistenza della ceramica, il suo colore (dal quale si determinano le temperature di cottura) ed anche le inclusioni (da cui si stabiliscono i diversi luoghi di provenienza delle materie prime).

 

Di conseguenza, trovare colori moderni su un dipinto antico è da attribuirsi o ad un restauro recente oppure è l’indizio della sua contraffazione.

 

  • Il quarto aspetto di cui tener conto è la tecnica di fabbricazione. Lo studio della tecnica di fabbricazione aiuta nell’individuazione dei segni caratteristici lasciati dagli strumenti impiegati, anche di utensili che nei secoli sono stati modificati e perfezionati.  A tutto questo si affiancano i metodi di decorazione e le tecniche di cottura delle ceramiche, di realizzazione nelle opere pittoriche o di fusione delle opere in lega metallica.

 

Pertanto, determinare l’epoca di realizzazione di molti manufatti presi al di fuori dal loro contesto è uno dei punti più delicati. Questi metodi visivi sono spesso affiancati da tecniche di datazione, le quali si differenziano a seconda della natura del reperto, come:  opere in cui è presente del materiale organico, per esempio il legno, sono datate con la tecnica del Carbonio 14, mentre per i manufatti fittili si usa la Termoluminescenza.

 

Malgrado questi metodi siano estremamente precisi, non si può prescindere dal fatto che certi falsari abbiamo utilizzato dei supporti originali che influenzino la buona riuscita delle analisi. Per questi motivi la sola indagine visiva o la sola indagine analitica non serve ad ottenere il quadro completo dell’opera in esame, perciò è necessaria una collaborazione costante tra diverse figure professionali, ognuna competente nel proprio campo, che vadano a formare un team di esperti.

 

L’elemento maggiormente presente nelle cellule che formano i corpi degli esseri viventi è proprio il carbonio, esattamente per questo, per calcolare l’età di una determinata specie organica, è fondamentale individuare e misurare la sua quantità specifica. Il carbonio è un elemento la cui particolarità sta nel fatto di avere in natura tre tipi di isotopi (elementi secondari il cui numero di neutroni resta sempre invariato): il carbonio-12, carbonio-13 e carbonop-14, quest’ultimo particolarmente instabile. L’instabilità di certi isotopi è causata dall’eccessiva presenza di neutroni, tanto da provocare una trasformazione in altri isotopi, dettiradioattivi. Pertanto, determinando, con opportune analisi, la percentuale dell’ isotopo radioattivo presente, si può risalire all’età del campione preso in esame.

L’isotopo radioattivo di carbonio, o Radiocarbonio, si produce secondo un processo naturale e viene poi assorbito in maniera diretta o indiretta dagli esseri viventi.

Nella stratosfera, a 15km di altezza dal suolo, penetrano i raggi cosmici provenienti dal sole che collimano con l’atmosfera, producendo neutroni ad alta energia. Questi, urtando contro i nuclei di azoto-14 (14N), formano piccole quantità di14C, con l’emissione di un protone, Gli atomi di 14C  così formati, reagiscono con l’ossigeno atmosferico ( O2 ) formando anidride carbonica radioattiva, la 14CO2,  che si mescola uniformemente alla normale CO2 atmosferica, ed entra così a far parte del ciclo di vita degli esseri viventi. L’anidride carbonica radioattiva viene assorbita dalle piante tramite il processo diassimilazione diretta, conosciuta come Fotosintesi Clorofilliana, in seguito gli animali lo assumeranno tramite assimilazione indirettabrucando la vegetazione ed infine l’uomo lo assorbirà cibandosi sia di verdure che di carne animale. Secondo una logica conseguenza, il14C  è presente nell’essere vivente umano, animale e vegetale, finché esso è ancora in vita, in quanto ci sarà un continuo e costante scambio tra l’organismo e l’ambiente, dopodiché la sua quantità inizierà a diminuire. Questa diminuzione viene detta tempo di dimezzamento,ovvero la sua presenza si dimezza in un numero ben preciso di anni, esattamente in 5730 anni. Volendo fare un piccolo esempio, se la quantità di 14C  alla morte di quel preciso essere vivente in esame è pari al 100%, una volta trascorsi 5730 anni arriverà al 50%, passato un altro tempo di dimezzamento arriverà al 25% e così via. Questo conteggio, purtroppo, non è infinito, in quanto dopo 60-50.000 anni il 14C  risulterà completamente dimezzato, tanto da non presentare più alcuna traccia, perciò i repenti antecedenti al suddetto tempo limite, non possono essere datati con il conteggio dell’isotopo del carbonio ma verranno utilizzati altri elementi il cui tempo di dimezzamento è molto più lungo, come ad esempio l’Uranio-328 (il quale si dimezza 4510 milioni di anni), grazie al quale si è stimata l’età della Terra a 4.7 miliardi di anni.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale il chimico-fisico americano Willard Libby  guidò un team di scienziati con lo scopo di sviluppare un metodo di misurazione dell’attività radiocarbonica.

Attualmente la tecnica di datazione più utilizzata è attraverso l’uso delTANDETRON, ovvero uno strumento in grado di analizzare una piccolissima quantità di reperto (si parla dell’ordine del milligrammo) grazie alla tecnica di spettrometria di massa con acceleratore (AMS), il cui corpo centrale è costituito dal TANDEM, un acceleratore dentro cui passano solo gli ioni positivi, ottenuti da diversi processi piuttosto complessi cui viene sottoposto il campione, alla fine dei quali saranno rilevate le quantità dei tre isotopi del carbonio.

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A questo punto è possibile separare il 14C  e se ne ricava la misura attraverso i rapporto con gli altri due. Ora, attraverso uno schermo, si può osservare un grafico con diversi picchi che indicano gli impulsi generati da un atomo di 14C, quindi più picchi si creeranno e più atomi sono presenti: più è grande la loro quantità più il reperto sarà recente, meno impulsi si registrano e più sarà antico il reperto. In fine, gli studiosi andranno a calibrare il range di risultati, riportando ciò che hanno ottenuto in relazione alla data in cui è stata effettuata l’analisi.

 

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