Il “Giudizio Universale” di Lelio Orsi. Un caso di studio

di Laura Corchia

Un dipinto dall’iconografia piuttosto insolita e singolare, ma di innegabile bellezza. Il suo significato si celava tra le belle pennellate, nascosto nella moltitudine dei personaggi che popolano la scena sacra. Per svelarne la complessa chiave di lettura sono stati necessari tre lunghi anni. La ricerca ha coinvolto diversi professionisti del settore e, quella che a primo impatto sembrava essere una Premonizione degli Angeli, in realtà si è rivelata una scena che raffigura il Giudizio Universale. Tuttavia, non si tratta dell’iconografia del Giudizio che tutti conosciamo. Qui le anime dei defunti sono sostituite da una folta schiera di angeli che portano in trionfo il Cristo Redentore, mentre altri reggono i simboli della Passione.

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Il dipinto si può idealmente suddividere in tre parti. A destra, un gruppo di angeli dalla solida corporatura resa con toni madreperlacei portano in volo i simboli del sacrificio di Cristo. Al centro, la figura possente del Redentore domina la scena coperto da un manto reso a pennellate ampie e delicatamente sfumate. A sinistra, altri due angeli reggono la colonna della Flagellazione.

E proprio questa porzione del dipinto ha riservato una grande sorpresa: alla base del solido pilastro è emersa una sigla che ricondurrebbe al nome del pittore. La scritta, individuata grazie ad un’attenta analisi di imaging multispettrale, è in realtà una siglia: O.L.P. Tra gli studiosi si è fatta largo l’ipotesi che possa trattarsi di Lelio Orsi (Novellara 1508/1511 – 1587), pittore largamente attivo a Novellara e noto con l’appellativo di “visionario” . Agli inizi degli anni Quaranta, Orsi fu condannato all’esilio per aver commesso un fatto di sangue e riparò prima a Venezia e poi a Roma. Nell’Urbe ebbe modo di ammirare e di studiare gli affreschi che Michelangelo aveva da poco ultimato nella Cappella Sistina e, profondamente colpito dall’impianto monumentale e dalla straordinaria bellezza, decise di fondere quanto i suoi occhi avevano avuto la grazia di ammirare. Per il suo Giudizio, in particolare, guardò alle lunette laterali dell’affresco del grande pittore, attuando una sintesi quanto mai efficace e di grande impatto visivo. Lo sguardo dell’osservatore, infatti, dopo aver indugiato sulle figure degli angeli e sulle loro studiate pose manieriste, si posa sulla monumentale figura del Cristo, priva di peso corporeo e attorniata da una luce gialla che sfuma verso i toni del lilla. Attraverso le indagini condotte con grande rigore scientifico, è stato possibile appurare che Orsi non ha fatto ricorso ad un disegno preliminare per dare forma e consistenza ai personaggi (anche se non si esclude l’uso di sanguigna o di altri materiali trasparenti alla radiazione infrarossa).

Michelangelo, Giudizio Universale, lunetta sinistra.
Michelangelo, Giudizio Universale, lunetta sinistra.
Michelangelo, Giudizio Universale, lunetta destra.
Michelangelo, Giudizio Universale, lunetta destra.

Ai lati del bel Redentore, sono posti due angeli. Quello di destra reca lo stendardo della Resurrezione, mentre quello di sinistra impugna la lancia e il bastone con la spugna intrisa di aceto.

In basso, tra le nuvole, la mezza figura di un altro angelo si sporge sollevando la corona di spine, mentre più in alto un’altra figuretta ha in mano il calice sacro.

I tre stemmi posti in basso risultano essere stati aggiunti in una fase di poco successiva all’esecuzione dell’opera, ipotesi confermata dalla data MDLXXX apposta attorno ad essi.

Il dipinto, oggetto di un recente restauro che ha cercato di migliorarne la complicata lettura, è eseguito su tela grossa a spina di pesce molto diffusa nell’area padanoveneta dell’epoca e successivamente reintelata. La pulitura ha messo in evidenza la figura dell’angelo porta coppa e quella del suo compagno porta corona. Attualmente, in numerosi punti della superficie, è evidente la preparazione a base di ocra e si possono individuare le lacune risarcite durante i precedenti interventi di restauro.

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Il dipinto prima del restauro.

Le indagini diagnostiche, condotte dallo Studio Peritale Diagnostico Rosati Verdi Demma di Parma, hanno riguardato parti dell’opera ritenute importanti ai fini della ricerca. In particolare, sono stati indagati gli stemmi, le figure del Cristo e degli angeli, la base della colonna e le figure degli angeli restituite dalla recente pulitura. Se per lo studio degli stemmi e della scritta alla base della colonna sono state effettuate delle indagini multispettrali e riflettografiche, per indagare le figure degli angeli emersi durante il restauro si è fatto ricorso ai raggi X. Inoltre, per verificare la compatibilità dei materiali pittorici con la presunta data di realizzazione, è stata eseguita una indagine non invasiva basata sulla fluorescenza a raggi X.

I risultati hanno portato a  individuare con precisione i pigmenti utilizzati dal pittore e hanno permesso di far luce sui particolari esecutivi. La tavolozza di Lelio Orsi comprendediverse varietà di ocra, le terre d’ombra, il vermiglione, alcuni pigmenti a base di rame (limitatamente al mantello dell’angelo posto ai piedi del Redentore e al polso dell’angelo porta corona), la biacca, il prezioso blu di Lapislazzuli, indice di una committenza prestigiosa ed esigente. Va sottolineato che il blu oltremare è impiegato nell’antichità un po’ ovunque come pietra semipreziosa, più raramente come pigmento. Il secondo impiego si diffonde nel medioevo nel mondo bizantino (miniature). Il suo uso divenne più intenso in Italia nel 1300-1400, giunto dall’Afghanistan via Venezia. Il suo impiego in opere pittoriche è indice di alto tenore di vita da parte dell’utilizzatore o del committente. Nel tardo Medioevo il suo utilizzo era descritto nel contratto firmato dal pittore e dal committente, il quale molto spesso doveva versare una somma in anticipo per l’acquisto di questa polvere pregiatissima.

Lelio Orsi si dimostra un pittore raffinato, capace di notevoli virtuosismi. Si notino le lumeggiature e le delicate sfumature, le pennellate larghe e stese con la sicurezza di un maestro, la perizia nel dare  il colore senza ricorrere ad un disegno preliminare e senza incorrere in pentimenti. Gli unici rifacimenti si individuano in corrispondenza della nuca dell’angelo portacoppa (ben visibile in radiografia), dei due angeli svelati dal recente restauro, del panneggio di Cristo che copre parzialmente il gomito dell’angelo che gli sorregge il piede, dell’occhio dell’angelo posto alla sua sinistra. La ferita del costato e il relativo zampillo sono stati eseguiti successivamente: le pennellate risultano stese sul colore già secco.

Questo dipinto, dall’iconografia forse più unica che rara, è la chiara dimostrazione di come scienza e arte possano essere due facce della stessa medaglia: se la prima rappresenta il fondamento della creazione, il gesto primigenio e ancestrale, la seconda si rivela strumento di comprensione, luce gettata su un passato che talvolta si nasconde ai nostri occhi.

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I dati tecnici sono stati gentilmente forniti dallo Studio Tecnico Peritale Diagnostico Rosati Verdi Demma di Parma. Per maggiori informazioni visitare il sito www.rosativerdidemma.com

 

 

 
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