Dentro l’opera: “La morte di Marat” di Jacques-Louis David

di Laura Corchia

Il corpo esanime immerso nella vasca. Il volto, illuminato dalla luce fredda, sembra racchiudere ancora una smorfia di dolore, un ultimo disperato respiro. Un braccio abbandonato lungo la sponda della vasca, l’altro posato sulla tavola che fa da scrittoio.

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Nella mano sinistra un foglio. Si può leggere: “Du 13 Jullet /Marie Antoniette Charlotte / Corday au citoyen / Marat. / Il suffit que je sois / bien malhueureuse / pour avoir droit / à votre bienveillance”.

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Protagonista del dipinto di Jacques-Louis David (1748-1825) è Jean Paul Marat, giornalista e deputato giacobino assassinato in quel luglio 1793. Ma chi ha potuto infliggergli quella pugnalata mortale al centro del petto? Come in tutti i casi di assassinio, il nome del colpevole va ricercato negli indizi della stanza e, in questo caso, è scritto chiaramente nella lettera che la vittima stringe ancora fra le mani. Si tratta di Marie-Anne Charlotte de Corday d’Armont, una fervente girondina che lo aveva ritenuto responsabile di aver esasperato la violenza rivoluzionaria.

La donna, di nobili origini, aveva pianificato il piano fin nei minimi dettagli. Si era fatta ricevere da Marat con il pretesto di presentargli una supplica e, proprio mentre l’uomo stava leggendo la sua lettera, lo colpì al petto con un pugnale. La ferita è infatti visibile appena sotto la clavicola destra. Ma perché quest’uomo riceveva i suoi ospiti immerso in una vasca da bagno? Era affetto da una malattia della pelle che lo costringeva a passare intere giornate immerso nell’acqua. Così, da uomo ligio al dovere, aveva trasformato la stanza da bagno in una sorta di studio. L’artista, nel rappresentare la scena, ha eliminato tutti quegli elementi superflui che però sono descritti dalle cronache del tempo. La stanza è disadorna, la tappezzeria in carta da parati viene sostituita da un fondo monocromo leggermente illuminato da fitte pennellate di colore giallo, mancano la cartina della Francia e le pistole appese alla parete, manca addirittura la figura dell’assassina. Su una rozza cassetta di legno, addossata alla vasca, si legge: “A Marat, David. 1793. L’an deux”. A terra, sull’estrema sinistra, si può scorgere l’arma del delitto: il pugnale ancora intriso di sangue.

David, epurando la scena da ogni elemento superfluo, vuole sottolineare la povertà in cui viveva Marat, repubblicano incorruttibile, tradito a morte proprio per le sue virtù, ucciso mentre cercava di offrire il suo aiuto all’ennesima persona che bussava alla porta. L’artista rappresenta il dramma non nel suo momento culminante, ma dopo che la morte ha fatto ingresso nella scena. Marat, con il suo sguardo illuminato dalla fredda luce proveniente da sinistra, ci appare come un martire, esattamente come il Cristo deposto dalla Croce. L’abbandono del suo corpo è esattamente ripreso dal Cristo deposto di Caravaggio, ma ravvisiamo somiglianze stringenti anche con opere come la Pietà di Michelangelo e il Trasporto di Cristo al sepolcro (Pala Baglioni) di Raffaello.

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BIBLIOGRAFIA:

  1. G. Cricco, F.P. Di Teodoro, Itinerario nell’arte, volume 3, Zanichelli;
  2. G. Dorfles, F. Laurocci, A. Vettese, Storia dell’arte, volume 3, Atlas;
  3. David, in “I classici dell’arte” del Corriere della Sera, Rizzoli, Skira.

 

 

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