Le “Pitture Nere”: l’arte maledetta e demoniaca di Francisco Goya

di Laura Corchia

Goya, incubo folto di misteri, di feti che le streghe fanno cuocere nei loro sabba, di vecchie che si specchiano, di ragazze nude che si aggiustano le calze per tentare i demoni

(Charles Baudelaire)

Scene di stregoneria, esorcismi, volti deformati. Nel 1820 Francisco Goya, da poco trasferitosi in una nuova casa nei dintorni di Madrid, da avvio ad una serie di dipinti noti come Pitture Nere, eseguiti a olio direttamente sull’intonaco delle pareti del primo piano di quella che egli ribattezzò come la “Quinta del sordo”, perché tale era diventato dopo una malattia contratta durante un viaggio in Andalusia.

Scene allegoriche, soggetti inquietanti ed angoscianti resi con tinte fosche: bianchi sporchi amalgamati a neri spessi come catrame, ocre fangose, rossi e gialli violenti. Immagini che tolgono il fiato e che spingono ad interrogarsi sui loro oscuri significati. Quattordici opere realizzate in preda a chissà quale sentimento di angoscia: violenza, guerra, follia, caos, presi a prestito dalle credenze popolari, dalle superstizioni e dai propri mostri interiori.

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Così quella stanza diventa pian piano sempre più claustrofobica e angusta, spettrale e inquietante, al punto da spaventare la giovanissima compagna Leocadia.

Spropositi, assurdità, follie che prendono lentamente corpo, forse frutto dei peggiori incubi, certamente uno dei brani più alti e terrificanti che la storia dell’arte ricordi.

Francisco Goya - Saturno che divora i suoi figli
Francisco Goya – Saturno che divora i suoi figli

Saturno che divora un figlio raffigura il dio cannibale colto nell’atto di portare alla bocca il corpicino del ragazzo. Gli occhi sgranati, folti capelli che ricadono sulle spalle, fauci spalancate, mani avide. Il rosso, reso con pennellate corpose, denuncia la ferocia e l’efferatezza del gesto. Questo dipinto potrebbe essere l’allegoria del Santo Uffizio o del potere assolutista di Ferdinando VII.

La più enigmatica delle Pitture Nere è il Cane interrato nella rena. Dalla superficie color ocra emerge la testa di un cane. La povera bestia sta per essere sommersa dalla sabbia e lotta con tutte le sue forze per non soccombere. Il significato potrebbe essere uno solo: la bestiola, definita da un antico commentatore come un “cane che nuota controcorrente” è simbolo dell’uomo, travolto dall’ineluttabilità del tempo.

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Francisco Goya, Cane interrato nella rena
Francisco Goya, Cane interrato nella rena

Pellegrinaggio a san Isidro raffigura un corteo formato da grotteschi personaggi dagli occhi stralunati e dalle bocche spalancate.

Sei opere trattano invece il tema della stregoneria e del satanismo, un argomento molto amato dai nobili dell’epoca, considerato come il frutto di superstizioni ma, al tempo stesso, capace di affascinare e di spaventare. Lo stesso pintor ne è attratto ed ecco dunque la genesi di dipinti come Il sabba o il gran caprone, dove nella tonalità completamente nera si accendono i bianchi globi degli occhi di maghi e streghe. Volti deformi e macilenti, capelli coperti da veli, atteggiamenti febbrili, come in attesa che il caprone nero si pronunci. Sull’estrema destra compare una figura femminile il cui volto è coperto da un velo nero. Si ipotizza che Goya abbia voluto rappresentare Leocadia.

Francisco Goya, Il sabba delle streghe
Francisco Goya, Il sabba delle streghe

La ragione di questo uragano interiore resta avvolta nel mistero, sospesa in un mondo senza tempo. Goya, ormai anziano, malato e sordo, deluso da una Spagna sempre più in difficoltà, può aver voluto raccontare il suo paese, terra tragica e crudele, dove le feroci vessazioni si consumano sotto gli occhi sfiduciati dell’umanità.

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“L’autore, essendo persuaso del fatto che la censura degli errori e dei vizi umani (benché propria dell’Eloquenza e della Poesia) possa anche essere oggetto della Pittura, ha scelto come argomenti adatti alla sua opera, tra la moltitudine delle stravaganze e balordaggini che sono consuete a tutte le società civili, e fra i pregiudizi e le menzogne volgari, radicati dall’uso, dall’ignoranza e dall’interesse, quelli che ha creduto più idonei a fornire materia di ridicolo e a eccitare nel tempo stesso l’estro dell’artefice.”(Francisco Goya, da il “Diario di Madrid” 6 febbraio 1799)

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