La “Psiche” di Pietro Tenerani: sublime fanciulla di epoca purista

di Laura Corchia

Pietro Tenerani (1789-1869), scultore allievo di Berthel Thorvaldsen, ebbe una carriera artistica molto ricca ed intensa. Le sue opere, di ispirazione purista, spesso fanno riferimento al mito, come nel caso delle due splendide versioni di Psiche, caratterizzate da un tratto estremamente armonioso e delicato.

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La splendida Psiche abbandonata risale al 1818 e fu eseguita per la marchesa Lenzoni di Firenze. L’opera fu descritta entusiasticamente dal Giordani:

«In casa della signora Carlotta de’ Medici Lenzoni ho conosciuta, ed ho più volte veduta, una giovinetta di quattordici anni in quindici anni, bellissima; che proprio è fatta per essere contemplata. Né altro si può che mirarla, con ammirazione, con affezione, con desiderio di rivederla: ma non potete sperare ch’ella v’ascolti; molto meno che vi risponda, tutta occupata da una malinconia, che per verità in quel grazioso e caro volto vien bella e cara. Noi parliamo di lei molto: niuno oserebbe parlarle; perché niuno presume di saperla consolare. […] ho potuto conoscere, venuto di Roma, il padre della fanciulla; il quale ho trovato (come già e un mio ragionevole immaginare e ‘l dire di molti me lo figuravano) degno veramente di gloriarsi di tanto maravigliosa e amabile figliuola: eccellente uomo d’ingegno e d’animo Pietro Tenerani, che diede al mondo quest’angioletta col nome di Psiche. […] Egli lavorò a lume notturno questa Psiche: e l’amoroso ricercare della raspa, facendo disparire ogni intaccatura di scarpello e ‘l salino luccicare del marmo, indusse la pelle rugiadosa d’una donzelletta. Ella è dunque vera e vivente agli occhi nostri, com’ella era nella creatrice fantasia del Tenerani: al quale appariva così smarrita e dolorosa come allora che da Amore, ch’ella amava tanto, e che mostrava d’averla tanto cara, si trovò d’improvviso abbandonata. Siede la sconsolata, tra dolente e stupita che il suo amico, senza niuna offesa né colpa di lei, abbia potuto aver cuore di fuggirla. Le bellezze, delle quali fu gelosa Venere e Amore fu innamorato, com’elle uscirono del fallace letto sono ignude; se non quanto le coscie e la destra gamba ricuopre il regal peplo. Fatta dal dolore paurosa in tanta solitudine (poiché, perduto il suo unico bene, ella si sente sola nel mondo) com’è proprio delle afflitte e tementi ristringendosi tutta in sé, piega la destra gamba dietro la sinistra; la quale dal ginocchio a tutto il piede è nuda: delle mani è abbandonatamente distesa sulla destra coscia la mancina, e sovra lei posa la diritta. La testa è mollemente piegata a quella parte ove sospetta che fuggisse l’ingrato. Ingrato; e assai ingiustamente crudele. Potè sprezzare tale bellezza! Potè offendere tanta innocenza! […] Qui è […] dolore di amori sfortunati: ma non di Arianna disperata, non di Medea furiosa, non di Fedra tiranna; bellezze arroganti, che dalla vita impararono l’offendere, non il sopportare le offese. Timido e tenero è il dolore di costei; bellezza tanto non insidiosa o superba, e tanto semplice, quanto è tenera l’età: non saprebbe ancora d’esser bella, se primieramente noi credeva all’unico amato, che poi la tradì. Ella viene in questo affanno fiero novissima; poiché era tanto inesperta di patire quanto di offendere: e nella mente confusa da questa prima e improvvisa percossa, va cercando trasognata come e perché tante care dolcezze fuggirono. Ella taciturna, e a capo chino pensosa, spenta d’ogni allegrezza che riluceva in quell’angelico volto, e in vista più vogliosa che ardita di piangere, né al Cielo né agli uomini chiede vendetta, neppure aiuto o pietà […]».

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Una variante di quest’opera – la Psiche svenuta- fu modellata nel 1822. L’artista scelse di rappresentare il momento il cui la fanciulla, vinta dalla curiosità, aprì una pisside che, al posto della bellezza, conteneva «solo del sonno, un letargo mortale che la avvinse non appena aprì il coperchio e che si diffuse nel suo corpo come una nebbia pesante, facendola addormentare sul sentiero in cui si trovava. Psiche giacque immobile, come morta, in un sonno profondo». 

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