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Pellizza da Volpedo, “Il Quarto Stato”. Storia di un quadro leggendario

di Laura Corchia

“La questione sociale s’impone; molti si son dedicati ad essa e studiano alacremente per risolverla. Anche l’arte non dev’essere estranea a questo movimento verso una meta che è ancora un’incognita ma che pure si intuisce dover essere migliore a petto delle condizioni presenti”.

(Pellizza da Volpedo)

Con queste parole, Giuseppe Pellizza da Volpedo raccontava nel suo diario le impressioni avute durante una manifestazione di protesta di un gruppo di operai. Era il 1891.

Ambasciatori della fame
Ambasciatori della fame

Profondamente impressionato, l’artista iniziò subito a pensare ad un’opera che potesse descrivere il tumulto e l’agitazione silenziosa degli oppressi. Il bozzetto, dal titolo Ambasciatori della fame, prevedeva tre soggetti posti davanti alla folla in protesta. A questa prima prova fecero seguito altre versioni, tutte propedeutiche a quella che divenne nota come la Fiumana, dipinta nel 1895. Scrisse Pellizza: “Gli ambasciatori sono due si avanzon seri sulla piazzetta verso il palazzo del signor che proietta l’ombra ai loro piedi […] si avanza la fame coi i suoi atteggiamenti molteplici – Son uomini, donne, vecchi, bambini: affamati tutti che vengono a reclamare ciò che di diritto – sereni e calmi, del resto, come chi sa di domandare ne più ne meno di quel che gli spetta – essi hanno sofferto assai, è giunta l’ora del riscatto, così pensano e non vogliono ottenere colla forza, ma colla ragione – qualcuno potrà alzare il pugno in atto di minaccia ma la folla non è, con lui, essa fida nei suoi ambasciatori – gli uomini intelligenti […] Una donna accorso mostra il macilento bambino, un’altra, una terza, è per per terra che tenta invano di allattare il bambino sfinito colle mammelle sterili – un’altra chiama impreca […] “.

La fiumana
La fiumana

La classe lavoratrice, conscia della propria dignità e della propria forza, marcia compatta e solidale, a testa alta con lo sguardo fiero, verso la conquista dei suoi diritti e la costruzione del suo futuro. Il numero delle persone appare infinito e la loro marcia è così potente, solenne e fiera da sembrare un fiume in piena. Il colore è dato per macchie e per filamenti: il contrasto cromatico è dato dal candore della strada, sulle tinte scure degli uomini e delle donne e sul cielo plumbeo che si tinge e si schiarisce, tuttavia, in un blu tendente al turchese sopra la fila compatta di alberi posta sullo sfondo. Il valore universale della Fiumana è espresso in un poema scritto sul margine della tela da Pellizza stesso:

“S’ode … passa la Fiumana dell’umanità
genti correte ad ingrossarla. Il restarsi è delitto
filosofo lascia i libri tuoi a metterti alla sua
testa, la guida coi tuoi studi.
Artista con essa ti reca ad alleviarle i dolori colla
bellezza che saprai presentarle
operaio lascia la bottega in cui per lungo lavoro ti
consumi
e con essa ti reca
e tu chi fai? La moglie il pargoletto teco conduci
ad ingrossare
la fiumana dell’Umanità assetata di
giustizia – di quella giustizia conculcata fin qui
e che ora miraggio lontano splende”

Con la Fiumana, quindi, Pellizza intese sollevare un inno alla globalità della marcia rappresentata: un corteo che riguarda la totalità degli individui della collettività (“genti correte ad ingrossarla”), coesi per procedere verso un futuro in cui la «giustizia splende». Si tratta, insomma, di un primitivo esempio di pittura sociale:

“È un tentativo che faccio per sollevarmi un pochino dalla volgarità dei soggetti che non sono informati ad una forte idea. Tento la pittura sociale”.
Quarto stato
Quarto stato

Il dipinto rimase incompiuto e ad esso fece seguito una nuova versione dal titolo Il Quarto Stato. Qui le tonalità calde prendono in sopravvento e la massa dei lavoratori diviene più consapevole e monumentale.

La tecnica pittorica è spiegata dallo stesso artista in una lettera del 18 maggio 1898 indirizzata all’amico Mucchi:

“Mi giova la teoria dei contrasti, quella dei complementari e la divisione del colore a seconda dello scopo che mi prefiggo nei miei lavori. Tutta la scienza riguardante la luce ed i colori mi desta un particolare interesse: per essa posso avere coscienza di quel che faccio. […] A questo mirano i tentativi che faccio presentemente; e, nella speranza di approdare i miglior risultato, faccio studi preliminari per ben determinare nella mente quello che voglio fare; poi disegno i cartoni da calcare sulla tela, su questa applico il colore di preparazione addirittura a posto, quindi cerco di finire ogni particolare del quadro dal vero. E nel risultato la fattura non dovrebbe essere né tutta a puntini, né tutta a lineette, né tutta ad impasto; e nemmeno o tutta liscia, o tutta scabrosa; ma varie come sono varie le apparenze dagli oggetti nella natura, e raggiunger con le forme e con i colori “un’armonia parlante” (questo sarebbe il supremo scopo), un’idea alla mente od un sentimento al cuore”. 

 

L’opera fu ultimata nel 1901 ed esposta per la prima volta a Torino l’anno dopo. Nella sua veste definitiva, questo capolavoro consegna al nuovo secolo le esperienze della pittura d’intento sociale dell’Ottocento, riassumendone tutte le tendenze e aprendo a nuove speranze.

 

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