Palazzo Barberini: in mostra alcuni preziosi capolavori dell’arte italiana

di Adriana Riccioli

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica nella sede di Palazzo Barberini, che recentemente ha acquisito l’intera ala meridionale del piano nobile, presentando lo splendido percorso di Eco e Narciso,”offre al pubblico la mostra “Gotico americano- I Maestri della Madonna Straus”(27 settembre/ 27 gennaio 2019).

Questa esposizione, che si inserisce nella fondamentale politica di scambi incrociati con musei italiani e stranieri e che, nel caso specifico, coinvolge il Museum of Fine Arts di Houston, offre ai visitatori l’opportunità di conoscere ed apprezzare due dipinti tra di loro affini: la “Madonna col Bambino”del Maestro senese e la “Madonna col Bambino” del Maestro fiorentino. Dal canto loro, le Gallerie Nazionali invieranno in Texas il “Ritratto di Enrico VIII (1539-1540) di Hans Holbein (1497-1543) per una mostra sui Tudors.

Le tavole, che provengono dalla collezione raccolta da Edith Abraham e Percy Selden Straus e che nel 1944 sono entrate a far parte del patrimonio del Museum of Fine Arts di Houston, rappresentano un’occasione irripetibile di visualizzazione diretta in quanto il primo dipinto non è stato mai esposto in Europa, mentre l’altro è stato esibito una sola volta a Parigi nel 1976.

La prima opera, che viene attribuita al Maestro senese, attivo tra il 1340 e il 1360, è stata ampiamente discussa dagli specialisti. In proposito, la studiosa De Benedictis (1976 ) che in un primo momento aveva rilevato affinità stilistiche con Barna da Siena (attivo alla metà del XIV sec. /1380) per la raffinata e sottile eleganza lineare non esente da preziosi calligrafismi e per un’ispirazione intima e aristocratica, ha successivamente constatato l’assenza di una caratterizzazione psicologica e fisiognomica che il pittore senese, a differenza di Barna, non aveva nelle sue corde. In conseguenza di ciò, non essendo possibile individuare con Barna l’anonimo maestro, la De Benedictis ha preso in considerazione un eventuale percorso le cui origini affondano in terra provenzale nell’ambiente martiniano dati i punti di contatto per stile e spiritualità con il Simone Martini dell’ultimo periodo.

La seconda tavola viene invece attribuita ad un anonimo artista fiorentino, in attività agli inizi del XV secolo, chiaramente influenzato dalla pittura gotica toscana, che senza dubbio presenta delle caratteristiche strutturali e formali diverse da quelle della cultura senese. Quest’ultima infatti si forma su esempi bizantini, non come arida reiterazione di formule antiquate ma come mezzo per ottenere splendidi accostamenti di colori e raffinatezza nell’uso della linea che diventa particolarmente sensibile per i contatti del gotico francese. In tale contesto si pone come genio assoluto Simone Martini ( Siena 1284 ca /Avignone 1344 ).

La pittura toscana che accoglie invece come punto di riferimento la classicità, mostra un’attenzione singolare per la plasticità dei corpi, per la ricerca di realismo, di espressività dei volti, di definizione del paesaggio, visto come luogo reale non come Giardino Ameno. Tutte queste peculiarità trovano i referenti più significativi in Cimabue ( Firenze 1240 ca/Pisa o Firenze 1302 ) ma soprattutto in Giotto (Firenze 1266 /Firenze 1337 ).

I dipinti esposti, rari e pregiati, in ottimo stato di conservazione, pur condividendo interessanti motivi iconografici, offrono dunque allo sguardo del pubblico due diverse interpretazioni del gotico italiano.

Nel caso del Maestro senese, come già accennato, appare evidente la stretta relazione con l’opera di Simone Martini per i modi raffinati e preziosamente stilizzati dell’immagine dolce, riservata, ma consapevole dei bisogni del mondo terreno che invoca la sua protezione e misericordia.

Il Maestro della Madonna Straus invece, pur mantenendo la consueta impostazione iconografica, si distingue per la plasticità dei corpi, la cura dei particolari descrittivi, la ricerca di espressività dei volti. L’uso di diversi colori poi ( la veste gialla della Madonna e il suo manto blu viola, il panno arancione dorato che copre il Bambino, lo sfondo dell’edicola che accoglie i due protagonisti ) conferisce maggiore realismo alla rappresentazione.E che dire dell’uccellino che il piccolo Infante tiene nella mano sinistra? E’ un particolare che, pur presente nell’opera più antica, evidenzia lo spirito singolare con cui l’artista si pone nei confronti del sacro e che verrà ripreso in autori successivi, ad esempio in Raffaello (1483 /1520 ) nella “Madonna del cardellino”( 1507 ) o in Cima da Conegliano ( 1459/1517 ca ) nella “Madonna col Bambino”( 1505-6 ).

Immagini di culto oltre che oggetti preziosi da collezionare, questi dipinti hanno il merito di comunicare, anche se in mododifferente, attraverso gli sguardi della Madonna e del Bambino, amorevolezza e comprensione nei confronti del genere umano che ne è il diretto fruitore.

Occorre sottolineare tuttavia che, al di là degli spunti iconografici e delle possibili affinità di stile, ogni opera esplicita la personalità dell’artista che le ha realizzate.

Così, se il Maestro senese ha conferito solennità e preziosità all’icona di sua produzione, utilizzando l’oro come emblema di luce divina e come strumento di ornamento della tavola, il Maestro fiorentino, seguendo la tradizione della pittura gotica toscana, ha voluto soprattutto porre l’accento sulla umanità dei personaggi che sembrano pronti a dialogare con chi gli sta di fronte. Bello e significativo il gesto della Madonna che indica il frutto del ventre suo, pronto ad accogliere la futura Passione.

Per l’occasione i due dipinti verranno messi a confronto con la “Madonna di Palazzo Venezia”, appartenente alle Collezioni delle Gallerie Nazionali. Opera di un Maestro attivo dal 1320 al 1370 circa, costituisce un significativo termine di riscontro visivo.Anche nei suoi confronti sono state condotte ricerche approfondite che però non hanno portato al chiarimento della sua identità. Dal Weigelt (1931) gli viene riconosciuto il titolo di “raffinato interprete della lingua decorativa martiniana, mentre il Müller (1988 ) lo esalta per la tecnica dello sgraffito che simula le trame dei broccati e delle sete. In ogni caso, appare interessante la solennità con cui attribuisce al Figlio di Dio piena consapevolezza del proprio ruolo.

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