La suadente malinconia in Agostino Arrivabene

di Federica Rubino

Definito dalla critica “Pittore alchemico“, Agostino Arrivabene imprime nelle sue opere una suadente malinconia. Dipinti dal fascino surreale che, molto spesso, traggono spunto dal mito.

Agostino Arrivabene è un pittore italiano diplomatosi all’Accademia di Belle Arti di Brera, da sempre assorbito in maniera viscerale dalla bellezza delle forme plastiche dell’arte. Definito dalla critica come pittore alchemico, osservando i suoi dipinti si giunge a sperare nell’esistenza di una dimensione purgatoriale ultraterrena o addirittura che la Terra sia governata da una sorta di ritmo magico tipico di una concezione tutta umanistico-rinascimentale, purché si avvicinino anche lontanamente alla scenografia esoterica dei suoi dipinti: i dipinti di Arrivabene sono una preghiera mistica visibile, uno stato tangibile di incantamento, degli olii su legno antico disposti a rappresentare la trasposizione ideale del carattere vivificante dell’arte intesa kantianamente (Cherato, Amor vincit omnia).

L’opera di Arrivabene è un’anabasi verso le nostre inquietudini e un esplicito richiamo ad allegorie mitico-religiose, in pieno stile simbolista, con illusioni di stampo barocco esplicitate mediante il sapiente utilizzo del contrasto tra luci e ombre, da chiaroscuri scultorei e grazie alla raffigurazione di trimalcionici esseri ibridi, talvolta  in una panteistica fusione con languidi elementi della natura, ma estremamente seducenti. Estasi commista a dolore, osservabile in La tempesta del corpo, figure acefale o dagli occhi nascosti (Ematofaga, Erzebet Bathory, Sudarium, Ganimede) per un passionale trionfo di corpi in tutta la loro pienezza e ampollosità, caratterizzati da vene e vasi sanguigni macabramente estroflessi, diventati humus grazie al quale prolifera l’universo organico nella sua fecondità: humani nihil a me alien puto, così proferiva l’autore latino Terenzio nell’Heautontimorumenos, il quale non riteneva estraneo nulla che afferisse alla sfera dell’umanità, proprio in quanto uomo.

Arrivabene mette in scena non solo visioni drammaticamente ancestrali in stile Dell’amore e altri demoni, intime di ogni natura umana, ma anche solipsistica disperazione, paure immonde e universali, da egli evocate e da egli stesso esorcizzate come una sorta di rituale apotropaico, una psicagogia finalizzata ad affrontare le proprie inquietudini e turbamenti, sublimandoli in forza ispiratrice, così come avviene catarticamente mediante le sue opere, poiché è proprio dal dolore che deriva la conoscenza, soprattutto antropologica. L’artista si confronta con una figura frequentemente presente nella storia dell’arte, nonché un classico della mitologia greca, con cui altri artisti si sono confrontati, tra cui il britannico Waterhouse, ossia quella di Orfeo, calatosi nell’Ade per cercare di riportare in vita la sua amata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Orfeo di Arrivabene è un richiamo morfologico all’Orfeo di Gustave Moreau, pittore simbolista francese, con cui condivide i toni caldi, intimi, ammalianti e i lineamenti sensuali, l’espressione sofferente causata dalla seconda morte di Euridice – così definita da Eva Cantarella nel suo testo ispirato dalla tragica storia dei due innamorati dall’evocativo titolo La dolcezza delle lacrime – e gli orientamenti essenziali della pittura simbolista esplicitati dal decorativismo della ricca corona di fiori, di cui è cinto il capo di Orfeo, e dall’acume con cui è raffigurata la flora che lo circonda, riprodotta in una sorta di materno abbraccio, in cui Orfeo, grazie anche alla circolarità della tela, ha la parvenza di un feto, in una sorta di sottile e metamorfico parallelismo con il tema della labilità del confine tra vita e morte.

L’arte di Arrivabene è collocabile nello scarto suggestivo tra conscio e inconscio, reso manifesto di fatto dall’avvento della rivoluzione psicanalitica novecentesca, tra ciò che decidiamo consapevolmente di vivere o crediamo di poter controllare e ciò da cui siamo dominati, una dimensione dal profilo metaforicamente simile a quello di un centauro in quanto in bilico tra irrazionalità ed estrema saggezza.

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