La miniatura: storia e tecnica

Di Laura Corchia

La miniatura non può essere semplicemente considerata pittura in piccolo ma è indissolubilmente legata ad un testo scritto, di cui ne illustra i precetti.

Diversamente da altre tecniche artistiche, la miniatura ha uno svolgimento finito nel tempo, dal momento che la produzione del libro manoscritto diminuisce con l’avvento, intorno alla metà del Quattrocento, della stampa: il codice è così soppiantato dal libro, che all’inizio può ancora essere miniato ma che poi verrà illustrato con incisioni e xilografie.

rabbit, snail and peacock Book of Hours, Paris ca. 1430, (Manchester, John Rylands University Library, Latin MS 164, fol. 21r)
rabbit, snail and peacock Book of Hours, Paris ca. 1430, (Manchester, John Rylands University Library, Latin MS 164, fol. 21r)

A differenza della pittura monumentale, la miniatura si è conservata meglio proprio in virtù del suo carattere prezioso ed elitario. Inoltre, il codice miniato ha subito in misura minore il cambiamento di gusto e ha rappresentato un importantissimo veicolo di stile. I cambiamenti delle decorazioni sono stati registrati solo negli stemmi, che venivano modificati quando il manoscritto passava di mano. La miniatura si data in genere più facilmente della pittura monumentale, dal momento che dal codice nel suo complesso si possono ricavare moltissime informazioni: il calendario di un codice liturgico può, ad esempio, indicarci, con la scelta dei santi elencati, la diocesi di appartenenza oppure il luogo dove è stato realizzato. Ricchi di informazioni sono anche il colophon (la sottoscrizione del copista), i versi, le miniature di dedica, utili a fornire il nome del committente, del destinatario e magari del miniatore.

Da sempre i manoscritti miniati sono stati accessibili a pochi, e se, come si è detto, si sono conservati meglio e in misura maggiore di altre opere d’arte, ciò si deve al fatto che sono stati custoditi gelosamente nelle biblioteche.

4fd8cea0c3b762accac32cde36b2f357La miniatura ha tipologie differenti nei testi sacri o liturgici e in quelli profani. Variano nel tempo tanto i temi che le iconografie. Inoltre, nascono degli specifici centri di produzione: Tours si specializza per la produzione delle Bibbie durante il periodo carolingio, Bologna, Padova e Parigi realizzeranno invece testi per lo più giuridici.

Le fonti, soprattutto risalenti all’Alto Medioevo, forniscono più spesso il nome del committente rispetto a quello del miniatore. Si tratta soprattutto di ecclesiastici o comunque di potenti laici. Anche se di modeste proporzioni e scarsamente decorati, i codici miniati erano costosissimi, visto che per la sola pergamena richiedono il sacrificio di un intero gregge. Tanto più costa quindi un codice di lusso, miniato con colori preziosi e largo uso d’oro e d’argento, e fornito magari di una legatura di oreficeria. Conosciamo il valore di alcuni manoscritti grazie ai documenti d’allogazione, contratti e libri di conti che cominciano ad essere utilizzati a partire dal XIII secolo, quando la produzione del libro esce dall’ambito monastico e nascono le prime botteghe laiche.

J. Paul Getty Museum, Los Angeles - Het laatste oordeel - Meester Guillebert van Metz (ca. 1450-1455)
J. Paul Getty Museum, Los Angeles – Het laatste oordeel – Meester Guillebert van Metz (ca. 1450-1455)

Ma come funzionava uno scriptorium? Nel Medioevo la produzione del libro era quasi esclusivo appannaggio dell’ambiente ecclesiastico e quasi tutti i monasteri erano dotati di una grande sala comune dove operavano diverse persone. Cistercensi e Certosini copiavano invece i libri chiusi nelle loro celle. Lo scriptorium era diretto da un capo (solitamente l’abate o un frate più anziano), al quale spettava la direzione della biblioteca, la scelta delle opere da copiare, la veste da dare al nuovo esemplare, l’impaginazione, la decorazione e la suddivisione dei compiti tra copisti, rubricatori, decoratori e miniatori. Gli scribi iniziavano il lavoro, lasciando gli spazi vuoti per i titoli e le decorazioni. Per facilitare il compito a chi sarebbe intervenuto dopo di lui, lo scriba talvolta tracciava i contorni delle iniziali da dipingere. Dopo la scrittura, veniva il lavoro del rubricatore, ovvero il monaco incaricato di eseguire le decorazioni più semplici. Infine, il miniatore dipingeva le raffigurazioni più complesse. La coloritura non veniva eseguita tutta in una volta: prima venivano stese eventuali parti in oro, poi i colori del fondo, quindi quelli delle vesti, degli incarnati, le ombre, le lumeggiature, i contorni e i tratti fisiognomici. Alla fine il testo copiato veniva riletto, rilegato.

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Con la nascita delle Università, la produzione libraria viene incrementata dalla necessità di libri per l’insegnamento. Nelle città universitarie sorgono attivissime botteghe laiche, dirette da stationarii, che producono e vendono libri in gran copia e relativamente a buon mercato, impegnando non solo copisti e miniatori ma anche mogli e figli. Caratteristico della produzione libraria universitaria è il sistema delle peciae, i fascicoli sciolti di quattro fogli dell’esemplare corretto dal professore. Gli statuti delle Università stabilivano degli obblighi per gli stationarii, che dovevano garantire la correttezza delle peciae depositate presso di loro. Il manoscritto universitario era spesso d’aspetto modesto, comprato in società da più studenti. Tuttavia, esistevano anche esemplari di lusso, miniati, destinati ad acquirenti più facoltosi.

Dal punto di vista strettamente tecnico, le vicende della miniatura seguono nel tempo gli sviluppi attuati dalla tempera. Dante designa la tecnica della miniatura come «quell’arte ch’alluminar è chiamata in Parigi». In francese, il termine utilizzato è enluminure, derivante dal latino inluminare e cioè donar luce. Tuttavia, è probabile che l’alluminare o illuminare antico derivi dall’uso di combinare coloranti organici con allume di rocca per renderli insolubili. La parola italiana miniare deriva dall’uso di sottolineare o colorire le iniziali del manoscritti in colore rosso (minio). La miniatura venne attuata per la decorazione dei manoscritti in pergamena, materiale ricavabile dalle pelli di vitelli, pecore e capre. Le pelli ancora fresche venivano tenute in acqua per purgarle e poi in un bagno di acqua e calce per sgrassarle. Dopo venivano tirate su tenditoi e raschiate fino ad ottenere la sottigliezza voluta. La pergamena poteva anche essere tinta con la porpora o con altri colori. Per far aderire i coloranti, il supporto veniva trattato con fiele di bue misto ad albume o passando con della bambagina una soluzione di colla e miele. Un trattato secentesco consiglia invece fiele di anguilla misto ad alcool ed enumera i colori necessari per la miniatura: nero, bianco, rosso, giallo, azzurro, violetto, rosa e verde. I pigmenti era prevalentemente di origine naturale, ottenuti dalle terre. Tra i colori artificiali, il trattato ricorda il carbone di vite, il nerofumo, il bianco da ossa calcinate, il giallo radice di curcuma, il rosso minio e il bianco cerussa. I colori andavano macinati in una soluzione di gomma arabica e zucchero candito. La stesura avveniva per pennellate molto fluide, rese più intense attraverso successive sovrapposizioni. La lamina d’oro veniva applicata per prima, facendo attenzione a farla aderire perfettamente con la bambagina. Dopo di che veniva brunita con dente di lupo o di vitello o con pietra d’ematite.

 

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