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La “doppia” Buona Ventura del Caravaggio

Tra le meravigliose opere giovanili di Caravaggio vi è la celebre Buona Ventura esposta oggi nella Pinacoteca dei Musei Capitolini di Roma e realizzata tra 1593 e 1594. Ma non tutti sanno che esiste anche una seconda versione di questo dipinto, realizzato dall’artista qualche tempo dopo, tra 1596 e 1597, oggi al Museo del Louvre di Parigi.

La prima versione fu dipinta verosimilmente quando Caravaggio frequentava a Roma la bottega del Cavalier d’Arpino. Si tratta di una scena di genere, cioè un dipinto che raffigura una scena tratta dalla quotidianità, un tipo di pittura ampiamente praticato in Olanda e che in Italia aveva trovato nuova dignità artistica grazie all’opera di Annibale Carracci e che da Caravaggio in poi, trovò grande fortuna. Caravaggio scelse di rappresentare una zingara che si offre di leggere la mano a un giovanotto ben vestito, il quale non si accorge minimamente che, con la scusa, la fanciulla gli sta scaltramente sfilando l’anello dal dito! I dettagli degli abiti lasciano facilmente intendere che il Caravaggio abbia realizzato l’opera con modelli veri, abbigliati secondo la moda dell’epoca. Secondo Giovanni Pietro Bellori, uno dei primi biografi dell’artista lombardo, Caravaggio aveva probabilmente incontrato per strada questa zingara, scegliendo poi di rappresentarla per dimostrare che per creare un buon dipinto era possibile trarre ispirazione anche da soggetti bassi, senza dover per forza guardare alla pittura dei grandi maestri del passato. La Buona Ventura, acquistata dal cardinale Francesco Maria Del Monte – primo importante mecenate romano dell’artista – appartiene alla fase giovanile, definita “chiara”, che non presenta cioè ancora i forti contrasti e il fondo scuro dal quale emergono le figure messe in risalto da potenti lame di luce, ben presenti invece nelle opere degli anni successivi. L’attenzione al dettaglio è altissima, come ben si evince  osservando le pieghe degli abiti, la plissettatura della camicetta, il velluto della casacca del giovane e la piuma che sono resi magistralmente con assoluta capacità tecnica. Pur trattandosi di un dipinto appartenente al periodo chiaro di Caravaggio, la luce inizia a creare un’atmosfera teatrale e intensa. Sulla parete dietro le figure, la luce radente proiettata crea una sferzata obliqua che anima lo sfondo ed i personaggi sono messi in forte evidenza attraverso l’uso di contrasti di luminosità. Il formato orizzontale del dipinto è idealmente diviso simmetricamente in due metà verticali, ma interrompono la simmetria del dipinto e la posa statica dei giovani le linee oblique degli abiti e l’ombra proiettata sulla parete.

Nella versione oggi al Louvre le somiglianze sono numerose tanto da essere considerata una copia diretta dalla mano del pittore. L’opera comparve nella collezione di Alessandro Vittrice che lo descrive come l’esempio più autorevole di quel principio di “fedeltà al vero” di cui Caravaggio si faceva portavoce. Il dipinto entrò poi a far parte della collezione dei Doria Pamphilj che ne fecero dono al re di Francia Luigi XIV, in occasione del viaggio a Parigi di Gian Lorenzo Bernini. Quest’ultimo – si racconta – assistette all’apertura della cassa che custodiva il dipinto, che si scoprì danneggiato per via di un’infiltrazione d’acqua che ha irrimediabilmente lesionato alcune parti!

Entrambi i dipinti contengono inoltre un monito morale, una sorta di avvertimento a non riporre fiducia nei falsi adulatori e in coloro che vogliono indurre al peccato o in tentazione. Una condanna del malcostume quindi, in particolare di coloro che vorrebbero venire a conoscenza della propria sorte non rispettando l’imperscrutabilità della volontà divina.

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

 

Bibliografia:

Giovan Pietro Bellori, Le vite de’ pittori, scultori et architetti moderni, Einaudi 1976, p. 214

Kristina Hermann Fiore, Caravaggio e la quadreria del Cavalier d’Arpino, in “La luce nella pittura lombarda”, Electa 2000, pp. 57-76

 

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