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La “Canestra” di Caravaggio: un’opera densa di misteri

di Laura Corchia

“Nec abest gloria proximae huic fiscellae, et qua flores micant. Fecit eam Michael Angelus Caravagensis Romae nactus auctoritatem, volueramque ego fiscellam huic aliam habere similem, sed cum huis pulchriyudinem, incomparabilemque excellentiam assequeretur nemo, solitaria relicta est”. (Non è privo di pregi un canestro dal quale ammiccavano fiori variegati. Lo dipinse Michelangelo da Caravaggio, che si conquistò  a Roma un notevole credito. Personalmente avrei voluto avere un altro canestro simile a questo ma, poiché nessuno raggiungeva la bellezza di questo e la sua incomparabile eccellenza, è rimasto solitario).

Con queste parole, il cardinale Federico Borromeo descriveva la canestra di frutti dipinta da Caravaggio.

Canestra_di_frutta_(Caravaggio)

Il quadro figurava nelle raccolte del cardinale già nel 1607. Dalla sue parole è evidente quanto egli apprezzasse l’opera, al punto da non riuscire a trovare un pendant che ne eguagliasse la bellezza.Tuttavia, non si spiega perché il cardinale parli nella sua descrizione di “fiori variegati” e non di frutti.

Un secondo problema è costituito dalla data del dipinto. Secondo alcuni studiosi sarebbe stato commissionato dal cardinal Del Monte e poi donato al cardinale Borromeo. Tale ipotesi è stata formulata sulla base di uno scambio epistolare fra i due avvenuto sul finire del Cinquecento, in cui si leggono diversi riferimenti al dipinto. Secondo altri il dipinto di cui parlano i due cardinali nelle lettere non è la fiscella caravaggesca.

Non è nemmeno chiara l’originaria collocazione della Canestra: poteva essere un raffinato trompe l’oeil, magari collocato come sovrapporta, o addirittura il frammento di un quadro più grande con un soggetto diverso. Questa ipotesi è però stata smentita dalle radiografie effettuate negli anni Cinquanta del secolo scorso, che hanno messo in evidenza un motivo a grottesche sottostante: Caravaggio deve aver utilizzato una tela già dipinta e probabilmente nemmeno da lui.

Quest’opera è da considerarsi il punto di arrivo di tutte le esperienze giovanili del pittore. Un’umile e isolata cesta di frutta viene qui per la prima volta ad assumere piena dignità di soggetto artistico. L’origine di dipingere dal vivo con il soggetto davanti, la tradizione fiamminga della calligrafica attenzione al particolare devono essere state apprese dal giovane Merisi frequentando lo studio dell’Arcimboldo. Il trofeo di frutta è anche di derivazione ellenistica: i mosaici greci riproducevano talvolta i cosiddetti xenia, i doni per gli ospiti, e gli emblemata. La particolare attenzione spaziale, con la canestra che emerge tridimensionale da un fondo chiaro uniforme, ma sporge illusionisticamente dal bordo del tavolo con una significativa lama d’ombra, sembra richiamare la scansione tipica dei bassorilievi romani. La luce è analitica, capace di sottolineare in maniera illusionistica ogni minimo dettaglio: le forme, la consistenza materica dell’oggetto e la sue superfici, dall’artigianale trama dell’intreccio del vimini, al pulviscolo sugli acini di uva. 

Questo apparentemente semplice brano di pittura si concentra sull’umiltà e semplicità della frutta. Tuttavia, ciò che appare a prima vista fresco e vitale in realtà si consuma rapidamente: le foglie si stanno rinsecchendo e la mela al centro presenta una vistosa bacatura. In quest’opera è molto forte il senso della vita e della morte: la giovinezza, ma in fondo tutta l’esistenza umana, finisce troppo velocemente, così come la frutta e i fiori non durano che un attimo. Quell’attimo, eterno e allo stesso tempo fuggevole, che Caravaggio ha voluto fermare per sempre sulla sua tela.

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