Giorgio de Chirico: vi spiego cos’è la Metafisica

Di Laura Corchia

Dal punto di vista cronologico, la Pittura Metafisica precede le esperienze del Dadaismo e del Surrealismo. Molti degli artisti appartenenti a queste sue correnti si identificarono nella pittura di De Chirico, al punto da considerarlo un precursore delle loro ricerche.

Magritte sostenne che quando poté osservare dal vero un quadro di De Chirico i suoi occhi ” videro il pensiero per la prima volta”. 

La Metafisica fu anche fondamentale per comprendere ciò che in seguito venne chiamato Ritorno all’ordine. Difatti, dopo un iniziale interesse nei confronti delle Avanguardie, De Chirico ne prese immediatamente le distanze, sostenendo che “prima di essere cézanniani, picassiani, soutiniani o matissiani e prima di avere l’emozione, l’angoscia, la sincerità, la sensibilità, la spontaneità, la spiritualità [i nostri geni modernisti] farebbero meglio ad imparare a fare una buona e bella punta al loro lapis”.

Giorgio de Chirico nel suo studio
Giorgio de Chirico nel suo studio

Ma cosa si intende esattamente per Pittura Metafisica? Lo spiega lo stesso De Chirico in un saggio intitolato Sull’Arte metafisica (1919): “Pigliamo un esempio: io entro in una stanza, vedo pendere una gabbia con dentro un canarino, sul muro scorgo dei quadri, in una biblioteca dei libri; tutto ciò mi colpisce, non mi stupisce poiché la collana dei ricordi che si allacciano l’un l’altro mi spiega la logica di ciò che vedo; ma ammettiamo che per un momento e per cause inspiegabili ed indipendenti dalla mia volontà si spezzi il filo di tale collana, chissà come vedrei l’uomo seduto, la gabbia, i quadri, la biblioteca; chissà allora quale stupore, quale terrore e forse anche quale dolcezza e quale consolazione proverei io mirando questa scena. La scena però non sarebbe cambiata, sono io che la vedrei sotto un altro angolo. Eccoci all’aspetto metafisco delle cose. Deducendo si può concludere che ogni cosa abbia due aspetti: uno corrente, quello che vediamo quasi sempre e che vedono gli uomini in generale, l’altro lo spettrale o metafisico che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza e di astrazione metafisica, così come certi corpi occultati da materia impenetrabile ai raggi solari non possano apparire che sotto la potenza di luci artificiali quali sarebbero i raggi X, per esempio”. 

De Chirico è ben consapevole che la metafisica non è una scienza: “non si spiega niente per l’eterna ragione che non c’è nulla da spiegare”, ma “un momento, un pensiero, una combinazione che si rivela con la velocità di un fulmine, ci fa tremare, ci getta davanti a noi stessi come davanti alla statua di un dio sconosciuto. Come il terremoto scuote la colonna sul suo plinto, noi trasaliamo fino al fondo delle nostre viscere. Gettiamo allora sguardi sorpresi sulle cose. È il momento. Il Proteo che dormiva in noi ha aperto gli occhi. E noi diciamo quello che bisognava dire. Queste scosse sono per noi ciò che per il profeta glauco erano i lacci e le torture”. 

Nato in Grecia nel 1988, ebbe una precoce vocazione per la pittura, approfondita presso il Politecnico di Atene. Dotato di una cultura nutrita dalla mitologia greca e dagli scritti di Nietzsche, l’artista ne riprende temi e pensieri in quasi tutte le sue opere.

Nel 1910 fece ritorno in Italia, risiedendo prima a Firenze e poi a Torino e dando avvio alle sue opere mature.

Ne L’enigma dell’oracolo (1910) compare nel titolo per la prima volta la parola “enigma” e, difatti, molti particolari dell’opera sono volti a dare una sensazione di mistero: Ulisse viene rappresentato all’estrema sinistra di spalle; al centro compare un muro e a destra una tenda dalla cui sommità si intravede la testa di una statua.

G. De Chirico L'enigma dell'oracolo, 1910
G. De Chirico L’enigma dell’oracolo, 1910

L’anno successivo dipinge L’Enigma dell’ora, una delle prime opere dedicate alle piazze d’Italia. La scena appare come congelata da campiture cromatiche che non lasciano spazio a chiaroscuri ed altri virtuosismi. L’orologio segna l’ora al centro di una architettura classica, non databile, né riferibile ad un luogo preciso. Nell’intera serie dedicata alle Piazze d’Italia, l’osservatore è impegnato nella ricerca del giusto ordine da dare alle cose, mentre l’occhio si perde nelle linee che portano a diverse prospettive. Gli elementi disposti nelle composizione sembrano stridere tra di loro: edifici classici dialogano con ciminiere, cieli color verde veronese fanno da sfondo allo sbuffare di una locomotiva, venti assenti riempiono le vele di navi che solcano l’orizzonte.

Giorgio De Chirico, L'enigma dell'ora, 1911
Giorgio De Chirico, L’enigma dell’ora, 1911

A partire dal 1913 nei primi piani dei quadri comparvero carciofi, banane e altri oggetti assurdi, mentre la figura umana è presente solo sotto forma di manichino o di automa, come accade in Ettore e Andromaca (1917).

Ma la vera e propria nascita del termine Metafisica avvenne nel 1916, quando De Chirico venne internato nell’ospedale militare psichiatrico di Ferrara, dove incontrò Carlo Carrà. Questa denominazione venne scelta perché indicava un preciso riferimento filosofico ad Aristotele e a quella parte del pensiero greco antico che descrive una realtà che trascende quella immediatamente conoscibile ai sensi. I malintesi intorno al significato di metafisica hanno la loro origine nel I° secolo a.C. con la catalogazione dei libri aristotelici ad opera di Andronico da Rodi.
È noto come l’espressione τά μετά τά φυσικά (“ta meta ta physika”, significa “Ciò che segue dopo la fisica.”), che in un primo tempo aveva un significato esclusivamente tecnico-bibliografico (denominazione complessiva dei trattati di Aristotele che seguono, nell’ordine, quelli appartenenti alla Fisica), si sia tramutata più tardi in una caratterizzazione filosofico-interpretativa di ciò che tali trattati contengono. Martin Heidegger spiegava che “tra i trattati di Aristotele si trovavano anche quelli in cui egli stesso talvolta afferma di voler presentare ed esporre la πρώτη φιλοσoφία, il filosofare autentico, quello che si interroga intorno all’ente in generale e da ultimo intorno al divino, e intorno all’ente autentico, ovvero ciò che fa si che l’ente sia ente, l’essenza dell’ente, il suo essere. Il fatto decisivo è che queste due direzioni interrogative, racchiuse nel significato unitario di φυσις (da cui φυσικά) , vengono espressamente unite insieme da Aristotele. Egli non dice però – o per lo meno non ci è stato tramandato nulla in proposito – come egli intenda queste due direzioni interrogative nella loro unità e in che senso proprio questo interrogare rivolto in due direzioni componga in modo unitario il filosofare autentico. Sorse il problema di come catalogare questi trattati perché non rientravano in nessuna delle tre discipline in cui era stata ripartita la filosofia delle scuole (logica, fisica ed etica). Si vide che sussisteva una certa affinità con le questioni discusse nella Fisica, ma anche che quanto Aristotele aveva affrontato nella filosofia prima era molto più ampio e di gran lunga più essenziale. Quindi le trattazioni della filosofia prima furono inquadrate accanto o dopo la Fisica. Questo stato ambiguo portò a uno slittamento di significato del termine μετά. In greco μετά significa “dopo, in seguito”, ma anche “via da qualcosa verso qualcos’altro”. τά μετά τά φυσικά ora non significa più quanto segue alle dottrine fisiche, bensì quanto tratta di “ciò che si volge-via dalla fisica e si rivolge ad un altro ente, all’ente in generale e all’ente autentico. Metafisica diviene il titolo per indicare la conoscenza di ciò che si trova al di là del sensibile, la scienza e la conoscenza del soprasensibile.” (adattato da Martin Heidegger, Concetti fondamentali della metafisica, il Melangolo).

Verso la metà degli anni Venti la stagione Metafisica di de Chirico volse al termine. Incominciò a copiare Raffaello, Michelangelo, Pollaiolo.

Il Ritorno al mestiere segnò la fine di quella esperienza che tendeva a “rappresentarsi tutto come enigma, non solo le grandi questioni che ci siamo sempre posti, perché il mondo è stato creato, perché nasciamo, viviamo e moriamo, perché forse, dopotutto, come ho già detto, non c’è nessuna ragione in tutto questo. Ma capire l’enigma di cose considerate in genere insignificanti…”.

E per arrivare dove?

“[…]una città, una piazza, un porto, dei portici, dei giardini: feste serali; tristezze. Niente”. 

 

 

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