Emil Nolde: “un copista della propria immaginazione”

di Laura Corchia

“Nella mia arte uso tutti i mezzi che ho a disposizione per ottenere l’effetto che desidero.
Desidero veramente che l’opera mia esca dalla materia, come nella natura la pianta cresce dal terreno che le è adatto.”

(Emil Nolde,  Lettera del 20 ottobre 1906)

Emil Hansen, meglio noto come Emil Nolde, amava definirsi “un copista della propria immaginazione”, una sorta di veggente capace di tradurre in immagini ciò che la sua immaginazione produce. Un espressionista i cui turbamenti sono travolti dall’uso di un colore violento, feroce, brutale.

Nato a Nolde, un paesino tedesco al confine con la Danimarca, il 7 agosto 1867, si avvicinò dapprima all’esperienza impressionista e successivamente all’Espressionismo tedesco. Tutta la sua esistenza oscillò tra scelte pittoriche e tematiche opposte, esordendo nel 1905 con un’opera – I giganti della montagna – che dimostra una predilezione per temi fantastici ed irreali.

La fama giunse nel 1920, durante la Repubblica di Weimar. Le sue opere erano esposte in ventuno musei ma, nonostante la vicinanza al nazismo, vennero bandite e considerate arte degenerata. Nel 1941 diede avvio ad una serie di 1300 piccoli acquerelli che egli stesso ribattezzò “pitture non dipinte” e che si ispiravano al folklore e alle leggende locali. Egli definì questi suoi dipinti “escursioni nel mondo dei sogni, delle visioni, della fantasia sregolata”. 

Emil Nolde "La mise au tombeau" Stiftung Seebüll Ada und Emil Nolde Neukirchen, Allemagne © Nolde Stiftung-Seebüll 1915 Huile sur toile 86,5 x 117 cm
Emil Nolde “La mise au tombeau” Stiftung Seebüll Ada und Emil Nolde Neukirchen, Allemagne © Nolde Stiftung-Seebüll 1915 Huile sur toile 86,5 x 117 cm

Felix Krämer nel saggio inaugurale del catalogo (Prestel 2014), scrive che il pittore – un nazionalista tedesco con passaporto danese – aveva buon gioco nello spacciarsi come una semplice e onesta anima di campagna, ma è pur vero che padroneggiava da supremo maestro tutti i meccanismi del marketing, consacrandosi alla vendita delle sue opere con l’abilità di un consumato uomo d’affari.

A partire dal 1903 si trasferì insieme alla moglie ad Als, un’isola nel mar Baltico. Le sue opere furono caratterizzate da pennellate più luminose e da colori più tenui. Protagonisti di molti dipinti divennero i fiori che, dieci anni più tardi, abbellirono il giardino della sua casa a Utenwarf.

E. Nolde, Pentecoste, 1909, olio su tela, Nationalgalerie, Berlino
E. Nolde, Pentecoste, 1909, olio su tela, Nationalgalerie, Berlino

Per reagire alla sua fama di pittore di fiori, Nolde inaugurò un nuovo ciclo di dipinti a soggetto religioso, in “irresistibile desiderio di ritrarre la spiritualità, la religione e la passione… ma senza tanto saperne e rifletterci sù”. Il dipinto raffigurante la Deposizione di Cristo fu considerato dall’artista stesso come “il più bello mai creato da tempo”. 

Il suo stile sconvolgente, esplosivo e vulcanico è testimone di uno spirito libero, un artista capace di percorrere la propria strada in solitudine, troppo individualista per adeguasi a poetiche di gruppo. Le sue macchie di colore, così tragiche e visionarie, si traducono in emozioni in cui dolore, angoscia, esaltazione ed ebrezza si uniscono con straordinaria intensità.

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Emil Nolde, Rote und gelbe Sonnenblumen, 36,2 x 48 cm, watercolour. Nolde Foundation Seebüll, © Nolde Foundation Seebüll, 2013.

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