Dentro l’opera: “Il bar delle Folies Bergères” di Manet

di Laura Corchia

Occhi tristi, sguardo assente. Mani appoggiate al bancone di un bar, mentre attorno a lei tutto gira vorticosamente: il fumo del locale, le chiacchiere e le risate, i fiumi di assenzio, la musica. Suzon osserva ciò che accade nel vasto salone delle Folies Bergères, un locale alla moda di Parigi aperto nel lontano 1880.

Edouard Manet, Il bar delle Folies Bergère, 1881-82
Edouard Manet, Il bar delle Folies Bergère, 1881-82

I suoi capelli biondi, elegantemente raccolti dietro la nuca, lasciano intravedere il bellissimo ovale del volto, lievemente arrossato dal calore. Suzon non rinuncia ad indossare l’abito più bello che ha e a sfoggiare i suoi gioielli: un ciondolo appeso al collo da un nastro nero, i due piccoli orecchini, il bracciale rigido sull’avambraccio. Alle sue spalle, uno specchio riflette la vivacità della folla e il volto di un uomo che la ragazza sta servendo.

L’opera fu dipinta tra il 1881 e il 1882 ed è considerata il testamento di Manet, la cui firma compare nella bottiglia rossa a sinistra.Vi si ritrovano molte delle componenti caratteristiche della sua pittura: l’ambientazione parigina, la straordinaria resa della luce, le belle nature morte poggiate sul bancone tra bottiglie di Champagne e di liquore. La sottigliezza psicologica dell’opera ci trasmette un messaggio: un grande rammarico per l’inesorabile scorrere del tempo. Passano gli anni e le stagioni, la vita trascorre sotto i nostri occhi, spettatori di un’esistenza che non sempre va come vorremmo. Forse Suzon sognava un avvenire diverso, forse avrebbe voluto prendere il posto di quelle dame dell’alta società sedute ai tavolini delle Folies Bergère. Quegli occhi dicono tutto, raccontano di sogni svaniti e di speranze attaccate ad un filo. Suzon instaura con lo spettatore un sottile dialogo muto, fatto di un incrocio di sguardi. In mezzo a tanto rumore, vero protagonista è il silenzio.

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