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Dalla geometria all’anatomia: Albrecht Dürer e i suoi trattati sull’arte

Grande artista tedesco, Albrecht Dürer in assoluta solitudine rivolge la sua attenzione alle conquiste raggiunte dall’arte italiana, fortemente attratto e influenzato da disegni e incisioni che dall’Italia gli facevano intravedere un modo completamente diverso da quella tradizione medievale che ancora imperava nella sua patria.

Egli mandò alle stampe tre trattati: il primo è l’Underweysung der Messung (1525), sostanzialmente un trattato di geometria, ma non solo, posto che l’ultima parte del testo è destinata ad illustrare sistemi di rilevamento prospettici; segue nel 1527 un trattato di fortificazioni (ovvero un trattato di architettura militare), per finire poi, nel 1528, con il trattato sulle proporzioni umane (Vier Bücher von menschlicher Proportion), pubblicato postumo, nel 1528.

I suoi sforzi, tuttavia, dovettero fare i conti con l’empirismo tipico dell’arte delle regioni del Nord, soprattutto per quel che riguarda la rappresentazione della figura umana. Venuto in contatto con il pittore veneziano Jacopo Barbari, l’artista cominciò ad essere ossessionato dal problema della proporzione del corpo maschile e femminile. L’italiano, forse per timore di esser superato da Dürer, non gli svelò mai la base teorica di quelle figure e così al giovane norimberghese non rimase altro che mettersi coraggiosamente a lavoro e cercare da solo la strada per comprendere nozioni che, in realtà, in Italia erano già note a molti.

Così scrive Albrecht Dürer in un appunto del 1523 per l’introduzione al Trattato sulle proporzioni dei corpi umani: “Non ho trovato nessuno che abbia scritto qualcosa su come devono essere condotte le proporzioni umane all’infuori di un uomo, Jacopo dè Barbari, originario di Venezia, un pittore grazioso. Costui mi mostrò le figure dell’uomo e della donna, che aveva realizzato in accordo al canone delle proporzioni, ed io ora anteporrei la visione della ragione di questo canone al possesso di un nuovo regno, e se lo avessi non esiterei a stamparlo a beneficio di tutti gli uomini. Allora comunque, io ero ancora giovane e non avevo sentito niente di queste cose prima. Nondimeno ero veramente appassionato all’arte, così mi impegnai a scoprire come un tale canone poteva essere stato elaborato. Il suddetto Jacopo, come vidi chiaramente, non mi avrebbe spiegato i principi cui era giunto. In seguito a ciò mi misi al lavoro su una mia idea e lessi Vitruvio, che scrive delle cose sopra la figura umana. Quindi fu da, o piuttosto fuori di, questi due uomini suddetti che io cominciai, e di là giorno dopo giorno, ho proseguito la mia ricerca seguendo le mie nozioni”.

Alla base della concezione artistica di Dürer, vi è l’idea che la Geometria e la Matematica, in quanto scienze, siano in grado di fornire, all’Arte in generale e alla Pittura in particolare, il fondamento sul quale gettare le basi per le proprie riflessioni artistiche nel tentativo di stabilire delle regole comuni di rappresentazione del corpo e dello spazio. Queste discipline, avrebbero permesso di eliminare dalle opere d’arte quelle falsità e quegli errori che spesso si vedevano nelle opere degli artisti che non avevano un’adeguata formazione teorica.

Il pensiero di Dürer sulle proporzioni dei corpi umani, è riconducibile pertanto all’interno di una concezione geometrico-matematica da lui meditata e sviluppata attraverso uno strumento di indagine conoscitiva qual è il disegno. Egli si si dedicò alla misurazione di un gran numero di individui, senza però riuscire ad approdare a un modello definitivo e ideale, essendo esso mutabile in relazione ai tempi e alle mode. “Che cosa sia la bellezza io non lo so… Non ne esiste una che sia tale da non essere suscettibile di ulteriore perfezionamento. Solo Dio ha questa sapienza e quegli cui lui lo rivelasse, questi ancora lo saprebbe”.

In questo modo, forse sotto l’influsso del Gaurico, egli giunse a diversi tipi maschili e femminili; finalmente tratta le proporzioni del bambino, tema che trovava soltanto accennato dal Gaurico e in cui l’arte nordica si era allontanata di più e più a lungo dalla forma naturale. Il Dürer vuole giungere teoricamente anche alle anomalie, pensiero che, fatta eccezione di Leonardo, il cui influsso agisce in questo caso, non è quasi venuto agli italiani. Egli inventa una quantità di strumenti curiosi, artificialmente formati, con nomi stranamente risonantiIl realista del Nord volle includere nel regno dell’arte il caratteristico, anche se da un altro punto di vista fosse considerato “brutto”. Egli non disponeva della cultura tutta italiana di Leonardo e neanche della dotta lingua toscana, per cui fu costretto a servirsi del tedesco sostanzioso ma informe, aspro e goffo affaticandosi anche per trovare una terminologia nazionale.

A differenza degli italiani – le cui opere teoriche erano rimaste in gran parte ancora in forma manoscritta – Dürer credeva che queste conoscenze dovessero essere trasmesse affinché ognuno, secondo le proprie attitudini, potesse continuarle ed eventualmente accrescerle. Per questa ragione chiese all’umanista Joachim Camerarius e al suo carissimo amico Willibald Pirckeimer di tradurre le sue opere in latino affinché fossero leggibili per quegli studiosi e giovani artisti che non avevano familiarità con la lingua tedesca.

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