Il “Viandante” di Caspar David Friedrich: “il naufragar m’è dolce in questo mare”

di Laura Corchia

Quando, nelle Lettere sulla pittura di paesaggio, Carl Gustav Carus scrive “sali sulla vetta della montagna, contempla le maestose catene montuose, osserva il corso dei fiumi e lo splendore di tutto ciò che ti si offre alla vista, e quale sentimento si impadronisce di te? Quello di una calma preghiera, ti perdi nello spazio sconfinato, tutto il tuo essere viene illuminato e purificato, il tuo io scompare, tu non sei nulla, Dio è tutto”, sembra proprio riferirsi al Viandante sul mare di nebbia (1818), capolavoro di Caspar David Friedrich e opera che, più di tutte, è emblematica del Romanticismo.

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Protagonista del dipinto è un misterioso uomo raffigurato di spalle. I capelli sono agitati dal vento, così come i probabili pensieri che affollano la sua mente. Cosa starà pensando di fronte all’immensità del panorama che gli si è aperto davanti agli occhi, una volta raggiunta la vetta della montagna? Forse si starà sentendo piccolo, indifeso. Oppure starà provando la gioia di contemplare e di dominare un paesaggio immenso, reso ancora più sconfinato dalla resa delle montagne e dalla fitta nebbia che si addensa davanti ai suoi occhi. Scriveva Marco Bona Castellotti, in Friedrich: un viandante su un mare di luce:  “Il rapporto col paesaggio in lui si colora di un elemento insolito: la partecipazione commossa del soggetto, il senso dell’infinito e del mistero, che conduce con sé simboli, evocazioni, allegorie. Sovente è la natura stessa a fare da protagonista, sia per l’assenza dell’uomo, sia perché anche quando è presente esso si fonde con la natura in un tutt’uno che celebra l’assoluto”.

In questo straordinario dipinto si concentrano molti degli elementi caratteristici dell’epoca in cui fu eseguito: l’aspirazione e la ricerca continua di un rapporto tra l’uomo, la natura ed il divino, l’ammirazione per la bellezza del creato, la malinconia e la delusione derivanti dalla consapevolezza che l’uomo resta confinato entro i limiti della sua stessa natura, la solitudine. Inoltre, il viandante, essendo stato raffigurato di spalle, ci attrae con la sua misteriosa identità, costringendoci ad immaginare il suo volto e ad interrogarci su quale sia il suo effettivo stato d’animo.

Quest’immagine è, ad ogni modo, portatrice di un’innegabile componente religiosa, soprattutto se pensiamo che Friedrich disse ad un amico che “il Divino è ovunque, anche in un granello di sabbia”. E quanta divinità c’è nella vastità di un panorama, nella sua brumosa atmosfera, nella sua vertiginosa altitudine, nelle nuvole che corrono veloci in una giornata di vento e nei pensieri scompigliati di un uomo qualunque?

Proprio in quegli anni, un altro uomo, un grande poeta, rifletteva sullo stesso argomento, Giacomo Leopardi: “… mirando, interminati / spazi… e sovrumani silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo;… Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio / e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

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BIBLIOGRAFIA CONSULTATA PER LA REDAZIONE DI QUESTO ARTICOLO:

  • Friedrich, in I classici dell’arte, collana a cura del Corriere della Sera, Rizzoli, Skira.
  • G. Dorfles, F. Laurocci, A. Vettese, Storia dell’Arte vol. 3 – L’Ottocento, Atlas
 

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