Van Gogh, dipingere con le parole. Le lettere al fratello Theo

di Laura Corchia

“Sono così felice che tante cose ci accomunino, non soltanto i ricordi del passato ma anche tu lavori nella stessa galleria dov’ero io fino a poco fa, che tu quindi conosca tante persone e tanti luoghi che anch’io conosco, e che tu provi tanto amore per la natura e per l’arte” (lettera a Theo, 28 aprile 1876).

Fratello e amico, confidente e sostenitore, Theo Van Gogh è il destinatario di circa 900 lettere, scritte da Vincent dal 1872 fino alla morte, avvenuta a causa di circostanze tragiche il 29 luglio 1890.

Questo ricco epistolario, corredato da schizzi e disegni, rappresenta una fonte preziosissima per seguire la vita e l’evoluzione artistica di Van Gogh. Fiumi di inchiostro che raccontano la sua fragilità, le sue debolezze e le sue riflessioni. Affidare a carta e penna i propri pensieri voleva dire per Vincent aprire la sua anima, sviscerare i suoi pensieri, liberarsi dal peso di un’esistenza divenuta troppo opprimente, raccontare le proprie giornate e la genesi delle sue opere.

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Vincent sapeva dipingere con le parole, oltre che con i pennelli. Scriveva in modo coinvolgente, permettendo al lettore di immaginare ciò che i suoi occhi d’artista registravano. “Il comportamento di van Gogh appariva ridicolo – scrisse M.J. Brusse – perché agiva, pensava, sentiva, viveva in modo diverso dai suoi coetanei… Aveva sempre un’aria assorta, grave, malinconica. Ma quando rideva, rideva con cordialità e giovialità e allora il suo viso si rischiarava”.

Fervente religioso fin dalla giovinezza, Vincent talvolta si abbandonava a vaneggiamenti di carattere teologico e filosofico, descrivendo spesso chiese, inni, canti e testi sacri. Tuttavia, dal ricco epistolario non emerge l’immagine che noi tutti abbiamo di Van Gogh, ma quella di un sottile pensatore, di un uomo capace di scavare a fondo nell’intimo della sua anima, di un artista che fa, della carta e delle parole, il suo primo laboratorio. Quando scriveva immaginava, lasciava andare a briglie sciolte la sua fantasia, elaborava i suoi futuri dipinti, raccontava delle sue scelte e, suo malgrado, del suo continuo tormento interiore: “Uno ha un grande fuoco nell’anima e nessuno viene mai a scaldarsi, i passanti non scorgono che un po’ di fumo in cima al comignolo e se ne vanno per la loro strada. E allora che fare, ravvivare questo fuoco interiore, avere del sale in sé, attendere pazientemente – ma con quanta impazienza –, attendere il momento in cui,mi dico, qualcuno verrà a sedersi davanti a questo fuoco, e magari vi si fermerà”.

L’ultima lettera è datata 27 luglio 1890. Venne trovata addosso all’artista dopo la sua morte, avvenuta due giorni dopo. Difficile immaginare quali pensieri abbiano attraversato la sua mente prima di puntarsi quella rivoltella al petto. Nella lettera aveva scritto: “Vorrei scriverti molte cose ma ne sento l’inutilità […] per il mio lavoro io rischio la vita e ho compromesso a metà la mia ragione”.

Il suo adorato Theo lo raggiunse tra le stelle sei mesi dopo. Per volontà della vedova, egli fu sepolto accanto a Vincent e, tra le due pietre tombali, fu piantato un ramoscello di edera. Ancora oggi, questa pianta cresce rigogliosa sulle lapidi, intrecciando i suoi rami l’uno all’altro, in un abbraccio inestricabile ed eterno.

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BIBLIOGRAFIA CONSULTATA PER LA REDAZIONE DI QUESTO ARTICOLO:

  1. Vincent Van Gogh, Lettere a Theo sulla pittura, Thea, 2003;
  2. Vincent Van Gogh, Scrivere la vita – 265 lettere e 110 schizzi originali (1872-1890), Donzelli, 2013;
  3. Elena Guicciardi, L’ultima lettera a Theo, articolo pubblicato da Repubblica in data 9 luglio 1985.

 

 

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