Tesori di Napoli: Il Teatro San Carlo

di Fabio Strazzullo

“Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro ma ne dia la più pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare”.
(Stendhal)
È uno dei più antichi e importanti teatri d’Italia, per non dire d’Europa. Venne costruito sul lato nord di Palazzo Reale a Napoli nel 1737 per volere di Carlo di Borbone, Re di Napoli e di Sicilia dagli architetti Giovanni Antonio Medrano ed Angelo Carasale e inaugurato il 4 novembre dello stesso anno, proprio in occasione dell’onomastico del Re.

In sostanza, era come se Carlo si fosse voluto fare un regalo da solo, ma anche per dare a Napoli qualcosa di magnifico che rappresentasse il potere regio. Nei primi anni fu sede esclusiva di opera seria e di artisti napoletani e il suo prestigio crebbe così tanto da attirare personalità illustri da ogni parte d’Europa. La sala ha la forma di un ferro di cavallo lunga 28,6 metri e larga 22,5 metri, con 184 palchi, compresi quelli di proscenio, disposti in sei ordini, più un palco reale capace di ospitare dieci persone sormontato da una corona in legno dorato e due angeli reggi cortina ambo i lati. Il tutto per un totale di 1379 posti. Ogni palco, inoltre ha in una delle pareti laterali uno specchio leggermente inclinato per riflettere il palco reale. Il motivo è che nessun spettatore poteva applaudire prima che lo facesse il Re. Se non c’era lui, allora l’applauso spettava alla Regina, al principe di Maddaloni oppure al principe di Sirignano e così via secondo una rigida etichetta di corte.

Lo specchio dunque serviva proprio ad osservare cosa facessero le massime personalità presenti nel teatro. Solo il loggione posto in alto a tutto non aveva specchi ed era quindi libero e privo di qualsiasi tipo di condizionamento. Nel 1767 Ferdinando Fuga eseguì una serie di rinnovamenti in occasione del matrimonio tra Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d’Austria. Durante il Decennio Francese (1806-15) per il San Carlo cominciano nuovi lavori da parte dell’architetto toscano Antonio Niccolini per volere del nuovo Re Gioacchino Murat. Mantenendo l’impronta di Medrano, Niccolini conservò la pianta a ferro di cavallo e rifece la facciata esterna del teatro in perfetto stile Neoclassico e pose sulla sommità della facciata principale un gruppo scultoreo rappresentante “la Triade della Partenope”, conferendole così la connotazione di tempio. Tornati nuovamente i Borbone a Napoli, il cui regno prese ora il nome di Due Sicilie, tra il 12 e il 13 febbraio 1816 un incendio distrusse completamente il teatro e sei giorni dopo, per volere di Re Ferdinando IV di Borbone (ora Ferdinando I), lo stesso Antonio Niccolini curò architettonicamente la ricostruzione in soli 10 mesi, dandogli l’aspetto che ha tutt’oggi: fu ampliato il palcoscenico fino a superare per grandezza la platea e sollevato il soffitto; aggiunto il proscenio e infine eseguita la grande tela sul soffitto di 500 metri quadrati, opera di Antonio, Giovanni e Giuseppe Cammarano raffigurante “Apollo che presenta a Minerva i più grandi poeti del mondo” tra i quali si possono notare Dante, Virgilio, Beatrice e Omero.

La tela ha una particolarità, non è solo una decorazione, ma anche un ingegnoso distributore del suono. Niccolini e Cammarano sistemarono la tela, o meglio il velario in posizione sottoelevata rispetto al soffitto e questo fa sì che si crei una sorta di camera acustica, come se ci fosse un enorme tamburo che assorbe il suono e lo distribuisce perfettamente senza alterazioni sugli spettatori in platea. Furono, inoltre introdotti da Camillo Guerra e Gennaro Maldarelli particolari decorativi, come l’orologio nel sottarco del proscenio in cui Crono, dio del Tempo indica lo scorrere delle ore mentre la sirena delle arti, in basso a sinistra, tenta di trattenerle come a dire che “l’arte non ha tempo”.
Sapevate che in origine la tappezzeria del Teatro San Carlo era di colore blu?
Nel 1844, sotto il regno di Ferdinando II di Borbone, la sala teatrale fu nuovamente soggetta a lavori di ristrutturazione che interessarono in particolar modo i dettagli decorativi: innanzitutto le parti in argento brunito e oro vennero sostituite con altre interamente in oro. L’argento non venne però scrostato, ma vi fu applicato al di sopra l’oro zecchino in foglia e, parzialmente, a Mecca (vernice dorata); mentre i palchi, il velario e il sipario, un tempo azzurri (colore della Casa Borbonica) divennero rossi fuoco. Solo il palco reale era rosso “pallido” (così lo definì Stendhal), prima che diventasse rosso fuoco come tutto il resto della tappezzeria del teatro (rosso e oro divennero i colori tipici dei teatri europei).

Dopo la caduta dei Borbone e l’unità d’Italia, sul palco reale venne posto lo stemma della nuova casa regnante dei Savoia e così anche sotto il proscenio del palco in sostituzione di quello dei Borbone. Nel 1872, su suggerimento del celebre compositore Giuseppe Verdi, fu costruito il golfo mistico, ovvero lo spazio riservato all’orchestra tra il palco e la platea. Nel 1937 risale il foyer formato da colonne neoclassiche collegato, tramite uno scalone monumentale a doppia rampa, ai giardini del Palazzo Reale. Mentre nel 1943 i bombardamenti della seconda guerra mondiale causarono ingenti danni alla struttura e il teatro venne nuovamente ricostruito, tant’è che nel Dopoguerra fu il primo in Italia a riaprire e il primo ad andare in tournée all’estero, esibendosi con grande successo al Convent Garden di Londra. Sul finire degli anni 60 e inizio 70, il famoso gruppo scultoreo di Niccolini “la Triade della Partenope” venne in parte smontato a causa di un fulmine e dell’infiltrazione dell’acqua e infine tolto completamente per motivi cautelativi, per poi essere nuovamente riposto sulla sommità dell’edificio soltanto l’11 giugno 2007. Nel 1980, il teatro vede con gran gioia la risistemazione dell’antico stemma dei Borbone sotto l’arco del proscenio e durante i lavori, ci si rese conto che quello Sabaudo in realtà era stato semplicemente sovrapposto ad esso e infine staccato.

Nel 2008, è stato ulteriormente ristrutturato con tutte le decorazioni, inclinato il pavimento di platea (pendenza aumentata, per migliorare la visibilità), sono state cambiate le 580 poltrone e tendaggi, per i quali si era pensato di riportarli ai colori originari in blu per rendere il teatro ancora più esclusivo, ma poi il commissario straordinario Salvatore Nastasi, l’architetto Elisabetta Fabbri e l’ex soprintendente speciale Nicola Spinosa hanno evidentemente pensato di non farlo e lasciare il San Carlo così come la memoria della città lo ricorda, riportandolo a quel 1844 anche nella trama dei tessuti. Infine sono state conservate le caratteristiche acustiche della sala e migliorate quelle di altri spazi produttivi, rifatto l’impianto di climatizzazione diffuso, adeguate le tecnologie di palco e torre scenica, rifatte le coperture (struttura reticolare metallica modulare per la sala, in legno lamellare quella della torre scenica), aggiunti due utilissimi spazi come il nuovo ridotto o foyer (ricavato sotto la sala, sbancando il terrapieno di sottoplatea) al quale si può accedere dall’ingresso principale. È presente anche il MEMUS, un museo inaugurato nel 2011, in cui sono esposte opere d’arte che narrano la storia del San Carlo, dalla sua fondazione ai giorni nostri.

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BIBLIOGRAFIA CONSULTATA

-Sito Ufficiale del Teatro di San Carlo
-Stendhal, Roma, Napoli e Firenze nel 1817, Bompiani 1977
-G. Galasso – A. Nicosia, Il teatro di San Carlo di Napoli. Alla scoperta di un protagonista, Arte’m 2008
-Teatro di San Carlo. Memoria e innovazione, Arte’m 2010

 

 

 
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