Tesori di Napoli: La Mostra d’Oltremare

di Fabio Strazzullo 

I lavori di costruzione, guidati da Marcello Canino, iniziarono nel 1936 e si conclusero nel 1940. Il 9 maggio dello stesso anno venne inaugurata ufficialmente come “Mostra Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare” dal re Vittorio Emanuele II in persona insieme all’allora presidente della Mostra, Vincenzo Tecchio. La scelta cadde su Napoli non solo per aiutare lo sviluppo economico del Mezzogiorno e per espanderla verso l’area dei Campi Flegrei, ma anche per la sua posizione centrale nel Mediterraneo, dato che Mussolini voleva fare di Napoli un porto aperto verso il Medio Oriente e l’Africa del Nord. Di fatto, la prima mostra fu una “celebrazione della gloria dell’impero italiano nell’Africa del Nord e nel Mediterraneo”, un tema assai comune in quel periodo tra le varie potenze coloniali per consacrare i fasti della loro politica coloniale e rendere le popolazioni consapevoli dell’importanza culturale, economica e militare delle loro colonie. L’impianto urbanistico era costituito da 36 padiglioni espositivi immersi in aree verdi ricche di realtà importate dalle terre d’origine che riproponevano ognuna le colonie d’Oltremare nei loro aspetti (habitat, flora, architettura ecc.).

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-Palazzo Canino: ex palazzo delle poste, venne progettato dall’architetto Marcello Canino nel 1938 e ristrutturato dall’architetto Delia Maione nel 1952. L’edificio si presenta come un blocco a tre livelli in tufo e rivestito da travertino, l’ingresso è posto al centro ed è preceduto da un pronao colonnato semiellittico. Situato alla destra dell’ingresso principale alla Mostra d’Oltremare, è oggi un albergo.

-Torre delle Nazioni: ex torre del partito nazionale fascista, venne progettata dall’architetto ventottenne Venturino Ventura nel 1938 e costruita nel 1940. È uno dei pochi edifici superstiti del progetto originario di Marcello Canino per la Mostra d’Oltremare e ne rappresentò il simbolo per eccellenza. Si presenta come un tozzo parallelepipedo con due fronti in travertino, mentre quelli che guardano l’interno sono vuoti, coperti da superfici vetrate scandite verticalmente in otto fasce uguali. Mentre la basa poggia su un basamento in laterizio, in passato decorato da un bassorilievo e una statua della vittoria fascista perdute a causa dei bombardamenti.

-Teatro Mediterraneo: è il primo edificio che si osserva, entrando alla Mostra. Progettato nel 1939 dagli architetti Barilla, Gentile, Mellia e Sambito, mentre per gli interni si occupò Luigi Piccinato, presenta una grossa facciata in travertino con loggiato neoclassico con volta a botte e scandito da colonne in stucco bianco e capitello in stucco dorato. Venne inaugurato nel 1940 dalla compagnia dell’Accademia, diretta da Silvio D’Amico, col dramma “Attilio Regolo” di Metastasio alla presenza del re Vittorio Emanuele II, ma a causa della seconda guerra mondiale venne distrutto dai bombardamenti nel 1943. Nel 1952 viene ristrutturato e riaperto, se non nuovamente richiuso e abbandonato a causa di alcuni periodi. Soltanto a partire dal 1997 viene recuperato.

-Ristorante con piscina: venne progettato da Carlo Cocchia nel 1938 secondo uno schema asimmetrico a T con una rampa di scale d’ispirazione lecorbusierana. La piscina è nel gambo della T, mentre il ristorante in testa, da cui si può vedere la piscina, l’Arena Flegrea e la fontana dell’Esedra. L’edificio venne poi recuperato da Massimo Pica Ciamarra aggiungendo una piscina ipogea al di sotto di quella originale.

 

-Padiglione dell’America Latina: progettato nel 1938 da Bruno Lapadula, era il padiglione del commercio e del credito. Presentava originariamente una struttura in muratura danneggiata durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale e sostituita con alcune modifiche per la riapertura del 1952 dagli architetti M. Capobianco, A. Marsiglia, A. Sbriziolo. I restauri del ’52 munirono il padiglione di una loggia, da cui si può accedere anche da una rampa esterna con esili pilastri che ricorda il neoplasticismo olandese.

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-Fontana dell’Esedra: è una delle attrazioni principali della Mostra. Venne progettata nel 1938 da Carlo Cocchia e Luigi Piccinato, ispirandosi alla fontana della Reggia di Caserta, per celebrare il colonialismo italiano ed è composta da due corpi, di cui uno formato da dodici vasche ad esedra e l’altro semicircolare dove sgorgano i forti getti d’acqua. Il tutto poi circondato da uno spazio verde. Nel restauro del 1952, Giuseppe Macedonio realizzò il rivestimento in mosaico.

-Centro Congressi: progettato nel 1938 da Ferdinando Chiaromonte e restaurato nel 1952 da Delia Maione ed Elena Mendia. È un enorme padiglione di forte impostazione razionalista con un ingresso a pronao monumentale scandito da lunghe colonne classicheggianti e preceduto da una scalinata.

-Acquario tropicale: fu progettato all’ingresso nord della Mostra nel 1938 da Carlo Cocchia come espansione della stazione zoologica Anton Dohrn nel quartire di Chiaia a Napoli. L’ingresso è finto tridimensionale grazie all’arretramento dal filo di facciata dei corpi di fabbrica posti ai lati ed è rivestito da decorazioni in ceramica dell’artista Paolo Ricci.

-Arena Flegrea: fu realizzato tra il 1938 e il 1940 dall’architetto Giulio De Luca. È un teatro aperto a semicerchio in travertino bianco ispirato a quelli antichi della Magna Grecia. Il perimetro d’ingresso è seguito da un peristilio di pilotis che sorreggono il frontone ricurvo, che originariamente era decorato da un mosaico di Nicola Fabbricatore. Dopo la seconda guerra mondiale, il teatro venne ristrutturato nel 1952, ma a causa dei costi di gestione e con ulteriori problemi, cadde nuovamente in disuso e alla fine degli anni Ottanta, quando ormai sembrava che l’intera Mostra fosse stata dimenticata da tutti, venne approvato un progetto di recupero affidato allo stesso De Luca (ormai ottantenne) che ne decise la demolizione per la costruzione di una più moderna e funzionale. Il progetto venne concluso nel 2001, sebbene si sperasse prima in occasione dei Mondiali di calcio del 1990, e l’arena che vediamo oggi, priva del mosaico sul prospetto, presenta delle pareti alte nei lati degli spalti che offrono una condizione acustica migliore.

-Padiglione dell’Albania: venne progettato nel 1938 da Gerardo Bosio e Nicolò Bernardi. Già dal suo nome, capiamo che l’architettura è ispirata alla tipica casa-fortezza albanese. La struttura ha una superficie con bugnato bidimensionale, mentre nella parte centrale è ritagliato uno spazio per il loggiato con pilastri in cemento armato e il porticato d’ingresso.

-Chiesa di Santa Maria Francesca Saverio Cabrini: fu realizzata dall’architetto Roberto Pane come rappresentazione dell’evangelizzazione delle colonie italiane e completata da un altare, da una balaustra in marmo e da tutti gli arredi necessari al culto. L’ingresso è caratterizzato da un pronao aperto ad archi rivestiti di laterizi e da statue che poggiano su mensole in calcestruzzo armato che rappresentano i quattro apostoli.

-Padiglione Rodi: progettato nel 1938 da Giovan Battista Ceas a pianta rettangolare, venne adibito a Padiglione delle Isole Italiane nell’Egeo, il cui stile richiamava palesemente le architetture medievali dell’isola di Rodi. La superficie, ornata da bassorilievi, è interamente rivestita in pietra di Taranto, mentre l’ingresso presenta un porticato sul davanti, mentre le finestre sono con transenne in onice. Sul fianco sinistro, invece una scala esterna in travertino di Trani che conduce alla sala del piano superiore e sempre lungo il lato sinistro si erge un pilastro che sostiene la statua di un cervo, simbolo di Rodi.

-Cubo d’Oro: la sua costruzione fu assegnata nel 1938 agli architetti Mario Zanetti, Luigi Racheli e Paolo Zella Melillo dopo che ne vinsero il concorso ed è l’unica struttura rimasta, insieme alla riproduzione del bagno di Fasilide e della Chiesa nel giardino ad ovest del padiglione, di quel complesso di padiglioni dell’Africa Orientale italiana, che all’epoca era il maggior possedimento coloniale d’Italia, non a caso erano esposti anche degli indigeni di quelle colonie conquistate che lavoravano oggetti artigianali. Collocato lungo il Viale delle Palme, fu realizzato in cemento armato ed è caratterizzato da pilastri ricoperti da pietrarsa e intervallati da vetrate con infissi a riquadri. Il resto della superficie è rivestita da un mosaico dorato che si ispira a decorazioni arabesche. L’interno, chiamato negli anni ’40 Salone dell’Impero, fu decorato con iscrizioni di grandi dimensioni e due affreschi del pittore Giovanni Brancaccio che ricordano l’impresa coloniale italiana e uno di questi rappresenta Mussolini a cavallo. Osservandoli attentamente ci si accorge di alcuni fori di proiettile, che furono lasciati per ricordare i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Infine, al centro era collocato un globo terrestre (oggi scomparso).

-Padiglione dell’America del Nord: venne progettato nel 1938 da Florestano Di Fausto come padiglione della Libia in uno spazio centrale, la cui vegetazione doveva riproporre le condizioni paesistiche libiche. Infatti, furono piantate, ad esempio le palme dattifire. Venne recuperato nel 1952 da Carlo Cocchia e da Matteo Corbi che diedero al padiglione un aspetto razionalista.

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Dopo questa prima mostra sulla politica coloniale, ne sarebbero dovute seguire altre di vario genere, ma l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale ne presagì il declino. Soltanto nel 1952 e fino al 1997 viene approvato un piano di recupero sotto la guida di Luigi Tocchetti, prevedendo il ripristino di molte parti, senza modificarne l’aspetto e la tipologia, ma cancellandone invece l’aspetto celebrativo del regime fascista. Nel 1998, a seguito di alcuni disagi come il grave terremoto del 1980 che portò alla demolizione di alcuni padiglioni e all’occupazione di alcuni spazi della Mostra dai container che ospitavano gli abitanti costretti ad abbandonare il quartiere, viene approvato un ulteriore progetto di riqualificazione, sviluppo e valorizzazione dell’intera area e il 30 novembre 1999 la Mostra passa da Ente a Società per Azioni (Mostra d’Oltremare S.p.A) che nasce definitivamente il 16 gennaio 2001, il cui compito sarà (ed è tutt’oggi) quello di gestire e valorizzare l’area mediante una serie di eventi e fiere di carattere turistico, sportivo, culturale ecc.

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Per concludere, la Mostra d’Oltremare è un esempio importante di progettazione urbanistica del XX secolo in Italia e per Napoli è stato uno degli eventi urbani più significativi della sua storia millenaria. Oggi, come già detto in precedenza, è protagonista di una fitta programmazione di vari eventi e dal 2010 è sede della famosa fiera annuale dedicata al fumetto e all’animazione “Napoli Comicon”. Un evento che è prima di tutto una passione di grande portata, dove si parte col fumetto e pian piano ci si allarga a tutte le altre varie sezioni, di cui è composto. Un evento unico, che fa del fumetto una disciplina artistica.

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