“Strappo”, “stacco” e “trasporto”: il mestiere dell’estrattista

Di Laura Corchia

Il Settecento è stato un secolo molto vivace per il restauro. Grazie al libro di Bernardo De Dominici, edito nel 1742, siamo in grado di conoscere i nomi degli artisti che si distinsero anche come restauratori.

 

Oggetto di grande dibattito in questo periodo furono due categorie di operazioni:

  • Il distacco delle pitture murali attraverso le tecniche a “massello”, a “strappo” o a “stacco”;
  • Il trasporto del colore da una pittura su tavola o su tela su un nuovo supporto.

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Per “distacco di pitture murali” si intende il trasferire su di un supporto mobile una pittura nata immobile. Lo “stacco a massello” esisteva già in epoca romana e consisteva nel tagliare il pezzo di muro corrispondente al dipinto, costruire un telaio e portar via tale porzione. Questa tecnica presentava ovviamente dei limiti e nel Settecento alcuni restauratori cercarono di migliorarla, mettendo a punto due nuove tecniche: lo “stacco” e “ lo “strappo”.

Lo “stacco” prevedeva la rimozione del solo intonaco. La superficie pittorica viene protetta incollando delle tele, l’intonaco viene tagliato lungo il perimetro e, attraverso una operazione di martellatura, lo si fa vibrare. Dopo di che, con l’ausilio di spatole, si inizia a staccarlo, proteggendolo con una struttura rigida. Una volta compiuto il distacco, si regolarizza la superficie, lo si fa aderire a un nuovo supporto e si eliminano le protezioni poste sul davanti. Nel Settecento, molte pitture venivano riportate su tela e, per questioni di leggerezza e di praticità, l’intonaco veniva consumato il più possibile.

Ercole de Roberti, Maddalena piangente, cm 39,3×39,3 , Bologna Pinacoteca Nazionale
Ercole de Roberti, Maddalena piangente, cm 39,3×39,3 , Bologna Pinacoteca Nazionale

Nel Settecento, nasce e si evolve la tecnica dello “strappo”, ovvero la rimozione del solo colore. Si adoperavano delle colle molto forti, di origine animale, che evaporando esercitavano una forte trazione e, di conseguenza, strappavano il colore. Dopo l’esecuzione, si vede ancora la pittura sul muro. Per questo motivo, è un’operazione che va assolutamente evitata. I grandi vantaggi pratici di questa tecnica consistono nel fatto che la tela può supportare il suo peso più facilmente, che la pittura appare estremamente flessibile, che non ci sono rischi che l’intonaco vada incontro a spaccature perché è talmente sottile da essere tenuto insieme dalla colla attaccata. Addirittura si può realizzare lo strappo e arrotolare la tela.

Il “trasporto del colore”, invece, riguarda un dipinto su supporto mobile, tela o tavola e consiste nel separare la sola pellicola pittorica dagli strati preparatori e dal supporto. Lo scopo che i restauratori cercavano era quello di rendere il colore indipendente e ricostruire sul retro un nuovo supporto. Anche questa operazione viene considerata oggi selettiva perché, inevitabilmente, si perde una parte della materia originale, in quanto un’opera d’arte è costituita anche dal suo legno e dagli strati preparatori. L’operazione è concettualmente analoga a quella del distacco delle pitture murali, ma se ne differenzia per tecniche e materiali utilizzati.

Nel Settecento, il restauro si suddivise in due branche: il restauro artistico e il restauro meccanico.

Figure di rilievo in questo periodo furono Antonio Contri, secondo alcuni inventore della tecnica dello strappo, e Domenico Michelini, descritto come un artigiano che non sa niente della pittura e del disegno, ma che è molto abile ad eseguire lo stacco del colore.

Tuttavia, a causa del ritardo culturale dell’Italia rispetto alla Francia, saranno proprio i restauratori d’oltralpe a comprendere sino in fondo la portata di queste novità, fino al punto da ritenerle una loro invenzione.

 

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