Storia del restauro: Ugo Procacci e il suo Laboratorio fiorentino

Di Laura Corchia

Nel 1932 venne fondato il Gabinetto dei Restauri della Soprintendenza di Firenze, sotto la guida del giovane funzionario Ugo Procacci.

Laureatosi nel 1927, dopo un’iniziale esperienza come assistente alla cattedra di storia dell’arte, venne poi nominato Direttore del Gabinetto.

A Procacci si deve una serie di importanti scoperte, tra cui l’esistenza dello scheletro posto alla base della Trinità di Masaccio. Secondo lui, il restauro era utile per assicurare la fruizione e la valorizzazione delle opere. Il laboratorio che ideò prevedeva la presenza di più professionisti: restauratori di dipinti, falegnami, doratori. L’équipe lavorava in sinergia, si scambiava pareri ed opinioni e utilizzava strumenti scientifici sempre più sofisticati: lenti di ingrandimento, radiografie, materiali per vari tipi di analisi.

cache-cache_194d8721736f745d388d69d112de08bc_266cb248befd8444a07b501b4fb0fa70

Una delle attività più rilevanti del Laboratorio fu la riscoperta della pittura medievale. Attraverso la rimozione delle ridipinture, si restituiva alle opere la loro autentica immagine. Per il restauro della Madonna col Bambino di San Giovanni Battista a Remole fu messa a punto una tecnica di pulitura meccanica, eseguita con l’ausilio di un bisturi.

In questi anni, il problema della reintegrazione pittorica era affrontato con l’adozione di un sistema di differenziazione, una sorta di tratteggio a linee incrociate che non falsava l’opera e, al tempo stesso, consentiva una ottimale fruizione estetica.

Tra il 1935 e il 1937 si intervenne sul Dossale di San Zenobi. Vennero rifatte le cornici sulla scorta dei residui ancora presenti e le reintegrazioni vennero eseguite a neutro con una semplificazione delle forme.

Un’altra novità introdotta da Procacci fu l’apertura delle porte del Laboratorio. L’attività di restauro doveva essere condotta alla luce del sole, attraverso pubblicazioni periodiche su ciò che era stato fatto, come e perché e, soprattutto, consentendo a tutti l’accesso alla struttura. Secondo Procacci, le opere appartenevano alla collettività ed era preciso dovere di chi vi lavorava di rendere conto a tutti di quello che accadeva al patrimonio.

Per approfondire l’argomento, si suggerisce la lettura del seguente volume:

Firenze Restaura – Il laboratorio nel suo quarantennio. A cura di Umberto Baldini e Paolo Dal Poggetto, Edifir.

Firenze-restaura_internet

 

RIPRODUZIONE RISERVATA

 

I commenti sono chiusi.