Roma: la Cripta di Santa Maria in Via Lata

a cura di L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Tra i luoghi sotterranei più interessanti presenti a Roma, merita una menzione la cripta della Chiesa di Santa Maria in via Lata (odierna via del Corso).

Qui infatti si trova un ambiente sotterraneo dall’origine molto antica – risale infatti all’epoca adrianea e quindi al I secolo d.C. – la cui interpretazione però non è ancora certa: potrebbe infatti trattarsi di un’insula, cioè un caseggiato per abitazione o un edificio pubblico.

Planimetria

Ciò che è certo è che la struttura sotterranea era divisa al piano terra da quattro file di pilastri in blocchi di travertino, a creare un ambiente porticato a tre navate molto ampio visto che sembra estendersi fino al di sotto del vicino Palazzo Doria Pamphilj.

S. Erasmo

All’inizio del III secolo, ormai terminato il ruolo monumentale della via Lata, questa iniziò ad acquisire importanza come luogo di scambi commerciali: con la costruzione di alcuni muri di divisione, che danno al luogo l’aspetto attuale, l’ambiente fu trasformato in magazzini per il deposito di merci, la navata centrale del porticus fu divisa con dei muri in laterizio e furono creati due piani, tramite la costruzione di una volta a botte, di cui oggi resta visibile solo il piano inferiore. Proprio alcuni di questi magazzini divennero intorno al VII-VIII secolo luogo di aggregazione di una comunità cristiana dove si installò l’antica diaconia e fu creata una struttura a tre navate. Il nuovo edificio fu trasformato in cripta vera e propria quando, nel IX secolo, fu costruita la chiesa superiore. Ed è subito nel vano I che è possibile scorgere, addossata al muro, un’antica colonna in granito con capitello corinzio, sormontata da un vaso marmoreo, forse un’antica urna funeraria con il cristogramma costantiniano. Sulla colonna sono incise le parole latine “Verbum Dei non est alligatum” (La parola di Dio non è incatenata) e sono inoltre visibili le tracce ferruginose degli anelli di una catena che un tempo era avvolta intorno ad essa. Una leggenda narra che in questo sito dimorarono i Santi Luca Evangelista e Paolo e che la colonna venne usata proprio per incatenare quest’ultimo durante la sua presunta prigionia in attesa del processo. Si narra, inoltre, che San Luca abbia qui dipinto un’icona raffigurante la Vergine Maria – di cui quella attualmente situata sull’altare della Basilica superiore sarebbe una copia eseguita nel XII secolo – che abbia qui scritto gli Atti degli Apostoli, ospitato Pietro e accolto poi Paolo nei due anni di prigionia in Roma, come testimonierebbe la colonna sopra descritta.

Tra gli altri pregiati arredi che la cripta custodisce, vi sono un antico altare paleocristiano in muratura con intonaci affrescati (vano II), i ritratti dei martiri Giovanni e Paolo (vani IV e V) venerati nella Basilica a loro intitolata sul Celio, databili alla fine dell’VIII secolo, dove i due santi, avendo entrambi in mano una bacchetta, vengono identificati come ostiarii e cioè guardiani della chiesa stessa.

Altare

Sulla parete nord del vano IV, fu invece scoperto un palinsesto di affreschi disposti uno sull’altro, che testimoniano la lunga vita dell’edificio e quindi tutte le sue conseguenti modificazioni. Sullo strato inferiore, il più antico, datato al VII secolo, sono dipinte delle scene tratte dall’episodio dei Sette dormienti di Efeso, mentre in quello superiore – che copriva parzialmente il primo e datato all’VIII secolo – si riconoscono episodi del martirio di Sant’Erasmo. Un altro straordinario affresco messo in luce nel vano II, presenta la medesima sovrapposizione: nello strato più antico in basso, resta la parte inferiore di una figura con tunica e mantello, in quello intermedio si riconoscono i piedi di due figure (non meglio identificabili) e in quello più recente, in alto, si riconosce la scena della moltiplicazione dei pani e dei pesci dalla figura di un discepolo che offre due pesci al Cristo.

Giovanni e Paolo

L’ultimo importante affresco, coevo ai dipinti più antichi, ritrae L’orazione di Gesù nell’orto del Getsemani e si trovava in un arcosolio del vano III, ma è oggi comprensibile solo attraverso la documentazione fotografica eseguita al momento della scoperta nei primi anni del 1900. Negli anni ‘60 del secolo scorso, proprio a causa del degrado degli affreschi, il Consiglio Superiore delle Antichità e delle Belle Arti dispose la loro rimozione. Gli affreschi originali furono poi restaurati e sono oggi esposti nella sede del Museo Nazionale Romano della Crypta Balbi, sostituiti in loco da riproduzioni fotografiche.

 

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