Ridere nel Medioevo: le barzellette di Poggio Bracciolini

di Laura Corchia

Giovanni Francesco Poggio Bracciolini (1380-1459), apprezzato umanista e storico italiano, è noto per aver scritto, tra l’altro, le Facetiae, pubblicate fra il 1438 e il 1452. L’opera raccoglieva una serie di aneddoti, storielle, motti arguti e favolette – alcuni spiritosi, altri sfacciatamente osceni – spesso relativi a personaggi del suo secolo o del precedente, e talvolta ispirati a fonti medievali, classiche od orientali.

Gorleston-Psalter-1024x1024

 

L’intento dell’autore è quello di intrattenere i suoi lettori, come dichiara nella Prefazione:  ”È cosa onorevole e necessaria anzi, ed ebbero per essa lode i filosofi, sollevare l’animo nostro oppresso da molestie e da pensieri e trarlo alla gioia ed alla allegria con qualche lieta ricreazione”.

Ecco dunque alcune delle più spassose “barzellette” di Poggio Bracciolini, tradotte dal latino:

“Una giovane di Firenze, un po’ vuota di testa, era nel parto e soffriva atroci dolori; e duravano già da molto tempo, quando la comare, con un lume, andò ad osservare di sotto se il bambino non stesse per uscire, e la partoriente le disse di guardare anche dall’altra parte, perché qualche volta il marito aveva preso quella via.”

“Un tale di Gubbio che aveva nome Giovanni, ed era uomo molto geloso, non sapeva trovar certo modo per conoscere se sua moglie avesse avuto relazioni con altri. E il geloso pensò ad una furberia degna di se stesso, e si castrò, con questo scopo, che, se sua moglie si fosse poi incinta, egli sarebbe stato sicuro del suo adulterio.”

“Un vescovo, che io ho conosciuto, aveva perduto qualche dente e ne aveva altri che ciondolavano, e temeva della loro caduta. Un giorno gli disse un amico: «Non temete, i denti non cadranno». E chiestane la ragione: «I miei testicoli», rispose, «già da quarant’anni ciondolano, pare che cadano, e non son mai caduti».”

“Daccono degli Ardinghelli, cittadino di Firenze, chiamato ad essere tutore di un pupillo, ne amministrò per lungo tempo i beni, e tutti li consumò a mangiare ed a bere; quando finalmente gli vennero chiesti i conti, il magistrato gli ordinò di presentare i libri dell’entrata e dell’uscita, come si dice; ed ei mostrò la bocca e il sedere, dicendo che non aveva fuori di quelli alcun libro di entrata e d’uscita.”

“Fuvvi una donna di Pisa, detta Sambacharia, che fu assai pronta alla risposta. Un giorno le si avvicinò un burlone e per prendersi giuoco di lei le disse: «Il prepuzio dell’asino vi saluta». Ed essa pronta: «Oh! sembri appunto un suo ambasciatore». E, questo detto, gli volse le spalle.”

“Un mio parente […] una notte che passeggiava per la città deserta, incontrò una donna, a quanto credette, che gli parve anche bella, e con quella fece l’affar suo. Ed essa, dopo ciò, per spaventarlo, cangiata in aspetto di bruttissimo uomo: «E che hai tu fatto?» gli disse. «Per verità, io, sciocco, ti ho ingannato». Ed egli: «Come ti piace – rispose franco – ed io t’ho macchiato il culo»”

Un famoso bevitore di vino fu preso dalla febbre, per la quale gli si aumentò la sete; vennero i medici e discutevano sul modo di toglier la febbre e la straordinaria sete: «Solo della febbre», disse il malato, «voglio che voi vi occupiate, ché quanto a curar la sete, quello è affar mio».

“L’abate di Settimo, uomo pingue e corpulento, recavasi una sera a Firenze, e per la via chiese ad un villano per qual porta dovesse egli entrare; l’abate intendeva di chiedere qual porta fosse aperta ancora per venire nella città. E il villano, scherzando su la grossezza dell’abate: «Se passa un carro di fieno», disse, «penso che anche voi passerete la porta».”

“Uno de’ nostri villani fu una volta interrogato dal padrone in qual tempo avessero essi maggior lavoro ne’ campi. «In maggio», rispose. E poiché egli glie ne chiedeva la ragione, perché ciò pareva strano in quanto sembra che in quel mese riposino i lavori della campagna: «perché», disse, «è in quel mese che noi dobbiamo coprire e le nostre e le vostre donne».”

“Gonnella, che fu un saltimbanco molto faceto, promise per pochi denari, di far diventare indovino un tale di Ferrara, il quale desiderava molto questa cosa. Lo fece venire una volta seco in letto, e silenziosamente mandò fuori dal ventre un grande vapore, poi gli disse di mettere la testa sotto le lenzuola; e quegli la mise e la ritrasse tosto pel gran puzzo: «Tu hai fatto un gran peto», gli disse; e Gonnella: «Paga tosto il tuo denaro, perché hai indovinato».”

“Anche un altro gli chiese di diventare indovino: «Con una pillola sola», gli disse, «ti farò tale», e fatta una piccola pillola di sterco, glie la pose in bocca, e quello sputò fuori pel fetore. «La pillola che mi hai data», gli disse, «sa di sterco». E Gonnella gli rispose che aveva indovinato giustamente e lo richiese del prezzo che avevano stabilito.”

Il testo integrale delle Facetiae si trova qui.

Fonte: Folia Magazine

 

I commenti sono chiusi.