Pollock e l’Action painting: la rappresentazione dell’energia vitale

di Valentina Grispo

Quante volte capita di trovarsi davanti ad un’opera in un museo o a una mostra e dire “potevo farlo anche io”. Questa affermazione si sente spesso in riferimento a opere d’arte contemporanea ma anche, a volte, per quelle grandi tele piene di schizzi di colore come nel caso di quelle di Jackson Pollock.

Ma, purtroppo, nella realtà dei fatti non possiamo essere tutti dei Pollock, e ciò sembra ancora più chiaro soprattutto quando si scopre che nessuna opera è totalmente frutto del caso ma, al contrario, di un’espressione artistica che nella sua apparente irrazionalità diventa uno strumento per esprimere la propria interiorità. Per dirlo con le parole di Pollock :”dipingere è azione di autoscoperta. Ogni buon artista dipinge ciò che è.”

Innanzitutto per interpretare le opere di questo artista bisogna considerare il contesto storico-culturale entro il quale opera. Ci troviamo in America, nel periodo immediatamente successivo alle Seconda Guerra Mondiale, esperienza che ha determinato il difforndersi dell’idea dell’impossibilità di progettare una società su modelli utopici o razionali, tendenza che si riflette nel mondo dell’arte in cui ormai non è più possibile progettare un’opera su moduli formali prestabiliti. L’arte tende a staccarsi, quindi, dalle rappresentazioni del mondo reale per farsi espressione del caos. Questo nuovo modo di percepire l’arte si traduce in quello che viene chiamato Espressionismo astratto che promuove una nuova concezione del gesto del dipingere come espressione diretta dell’esperienza dell’artista.

All’intero di questa nuova ideologia artistica si afferma Jackson Pollock, pittore statunitense considerato uno dei maggiori rappresentanti dell’Action Painting. Questo termine venne coniato da Harold Rosenberg nel 1952 nel suo saggio “The American Action Painters” e deriva dalla tecnica utilizzata da Pollock nelle sue opere, il drip painting, stile che si diffuse tra gli anni ’40 e ’60 del Novecento. il Dripping è un metodo di pittura che prevede lo sgocciolamento del colore, solitamente vernice, dal pennello o direttamente dai barattoli, su una tela di enormi dimensioni disposta a terra per essere lavorata su tutti e quattro i lati. Si parla in questo caso di pittura allover, ovvero a tutto campo, in cui lo spazio non presenta nè un centro, nè una periferia, suggerendo una possibile continuazione oltre i bordi. L’opera non nasce più , quindi, da un progetto a priori ma è il risultato di un processo di improvvisazione caratterizzato da uno stato di trance in cui la produzione creativa è guidata dall’inconscio e vuole riprodurre il ritmo vitale. La tela diventa semplicemente il supporto in cui si fissa l’esperienza artistica e si definisce in quanto configurazione di uno stato d’animo. Come possiamo vedere in opere come “Number 27” del 1950, la vernice si è depositata sulla tela lasciando traccia del movimento del braccio e non copre mai completamente il fondo nero, in modo tale da determinare un rapporto figura-sfondo reversibile e bivalente. Le colature di vernice metallizzata conferiscono un particolare spessore al dipinto.

Lo stesso Pollock insistette molto affinchè il suo modo di operare venisse documentato da fotografie e filmati, proprio perchè risultasse chiaro che il suo metodo non era fondato sul caso o su un uso inconsapevole del colore. Nel 1951 la sua richiesta venne accolta dal regista Hans Namuth che girò un documentario filmando tutte le fasi del processo di pittura dell’artista; Così come lo vediamo Pollock appare completamete immerso in quella che si presenta come una vera e propria performance a ritmo di musica jazz: l’atto di creazione dell’opera entra a far parte dell’opera d’arte stessa lasciando tracce evidenti dei movimenti di chi l’ha dipinta.

Le maggiori influenze che possiamo riscontrare nelle opere di Pollock sono sicuramente quelle derivanti dall’arte dei nativi americani, collegata direttamente al concetto di archetipo, che a sua volta deriva dalla psicoanalisi di Jung. Titoli di opere come “Male and Female”, conservato al Philadelphia Museum of Art, “The She Wolf” e “Autumn Rhythm”, al Museum of Modern Art di New York, o “Summertime: Number 9A” del Tate Modern a Londra, suggeriscono una forte tensione verso quelli che sono riconosciuti come i temi universli dell’umanità, che è possibile ritrovare nel linguaggio visuale degli indigeni in cui traspaiono i segni incontaminati dell’inconscio primigeneo.

“L’inconscio è un elemento molto importante dell’arte moderna e penso che le pulsioni dell’inconscio abbiano grande significato per chi guarda un quadro”, così Pollock conferisce centralità al concetto di incoscio, che ha avuto l’opportunità di indagare durante il periodo di terapia svolto presso uno psicanalista junghiano per risolvere i suoi problemi di alcolismo. Durante questo periodo creò molti “disegni psicanalitici” che utilizzava per discutere con il medico del proprio stato mentale.

Per personalità così complesse, come quella di Jackson Pollock, che cercano uno sfogo della propria energia nell’arte, l’Action painting rappresenta un momento dialettico tra creazione e distruzione in cui l’opera ne rappresenta il risultato ma contemporaneamente l’intero processo.

“L’artista moderno, mi pare, lavora per esprimere un mondo interiore; in altri termini esprime il movimento, l’energia e le altre forze interiori” Jackson Pollock.

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Fonti:

https://www.moma.org/collection/works/78386
https://www.moma.org/artists/4675?locale=it#works

 

 
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