Il pittore delle “cose comuni”: Diego Velazquez e “Le filatrici”

di Vanessa Paladini

Diego Rodriguez de Silva y Velazquez  (1599- 1660) è certamente il maggior pittore spagnolo dell’età barocca. Si forma nella città natia di Siviglia e Madrid dove, appena ventiquattrenne, ricopre la carica di pittore ufficiale di corte assegnatagli dal conte-duca di Olivares, ministro del re Filippo IV.  In un primo viaggio in Italia, intrapreso fra il 1629 e 1631 su consiglio del pittore Rubens, conosce il tonalismo veneto e il realismo caravaggesco che egli applica subito nella ritrattistica. Il senso del “vero” gli consente di distaccarsi dalla cultura barocca e di cogliere particolari rivelatori di stati d’animo ed emozioni.

Uno degli estremi capolavori dell’ artista sivigliano è un olio su tela  dal titolo “Le filatrici dell’ arazzeria di Sant’ Isabella”  o “La favola di Aracne” (220 x 289 cm). Questo quadro è attualmente conservato al Museo del Prado di Madrid ed è datato 1657. Esso raffigura l’ interno del reale atelier degli arazzi, manifattura  necessaria al prestigio di corte.

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Il pittore, nella sezione di fondo del quadro,  stupisce l’ osservatore con una “scena nella scena” che rivela il tema del dipinto stesso.  Velasquez, in questa  sezione, ha pensato bene di ricorrere alla mitologia classica poiché l’arte delle filatrici richiama fortemente  il mito di Aracne.

Ovidio, nel sesto libro delle “Metamorfosi” racconta che Aracne era una fanciulla esperta nella tessitura e che un giorno decise di sfidare la dea Atena. La dea intessè un arazzo dove descriveva la sorte dei mortali troppo arroganti, mentre Aracne  rappresentò il comportamento scandaloso degli dei. La dea,  invidiosa della bravura della giovane, lacerò il lavoro di Aracne e la trasformò in ragno.

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La donna che, nel fondo del quadro, indossa l’elmo è Atena. L’elmo è un tipico attributo della divinità, essa  nacque dalla testa di Zeus armata anche di lancia e di scudo -come lo stesso Velasquez evidenzia-.  La ragazza contro cui la dea sembra scagliare la sua lancia è invece Aracne.

L’ arazzo alle loro spalle è il “Ratto di Europa”  dipinto da Tiziano Vecellio  (1488- 1576)  -artista ammirato dallo stesso Velasquez-. Il “Ratto di Europa” era stato commissionato a Tiziano da Filippo II –intorno al 1559- e a sua volta il nipote, Filippo IV,  ordinò al pittore fiammingo Pieter Paul Rubens (1577 – 1640)  una copia dello stesso quadro, realizzata nel 1628.

Ratto di Europa di Tiziano

Ratto di Europa di Tiziano

In tal modo il pittore lancia un messaggio importante, ovvero che il tessitore può essere rivale agli dei ed interviene in un dibattito importante per l’ epoca, sul valore dell’ artefice rispetto a quello dell’ artista. Il maestro sivigliano è così meticoloso da confondere le figure tessute da quelle reali.

In un vano dai forti contrasti di luce, tre figure femminili, vestite ed acconciate con cura, sembrano esaminare gli arazzi sospesi alle pareti  mentre una di esse volge il viso verso il primo piano.

In primo piano piuttosto in ombra, una giovane di spalle lavora all’ arcolaio ed ha accanto una fanciulla, china su una cesta. Dall’ altra parte un’ operaia lavora con la rocca ed il filatoio e guarda una ragazza che solleva una tenda. In secondo piano, invece, una giovane in ombra è accucciata ed intenta ad accarezzare il soriano che dorme dietro il filatoio.

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La composizione si svolge ,dunque, su due livelli. Al primo piano  in cui si trovano le filatrici, corrisponde il piano di fondo con gli arazzi e tre figure di donne. In questo impianto le due scene sono separate da due linee orizzontali e da un piano verticale in ombra. Il diaframma dell’ ombra stessa separa due mondi: Il mondo nobile che è nello sfondo ed il mondo umile che è in primo piano, vero protagonista dell’ opera.

Se si presta attenzione alla luce diversa nei due ambienti, al diluirsi del disegno e del colore, si nota una prospettiva atmosferica  che nasce proprio da rapporti di luce-colore. La profondità spaziale è ottenuta smarrendo gradualmente i contorni e schiarendo la componente cromatica verso il fondo. Questo procedimento è inverso a quello della prospettiva rinascimentale, che abbrunisce i colori in profondità.

La perizia di Velasquez è frutto anche di un acuto senso dell’ osservazione, tipico della cultura barocca. Nel quadro si può intuire la velocità della ruota del filatoio poiché i suoi raggi non sono visibili. Visibile è invece l’effetto di sfocatura che il passaggio dei raggi produce su quanto sta dietro la ruota: nelle vesti delle donne e soprattutto nella mano della filatrice dietro la ruota ,nel punto in cui i raggi sono più fitti.

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Con la minuzia compositiva, con la forza del disegno e del colore, il mondo reale diviene anche simbolico. La filatrice più giovane, infatti, tiene il gomitolo di lana come una Maddalena penitente tiene il teschio, “memento mori”  legato al tema della “vanitas”. La mirabile tenda rossa sulla sinistra, che infiamma il volto delle donne vicine, ricorda un ambiente teatrale.

In questo connubio di mitologia, simboli, prospettiva, giochi cromatici ed umile realtà, Velasquez  insegna come la vita non sia altro che un palcoscenico intriso di contrasti tra essere ed apparire.  Un  palcoscenico che vede anche ricchi sovrani, come Filippo IV di Spagna, intenti a non perdere il proprio prestigio e dominio  in un sollazzo di lussuosa finzione e cruda realtà.

Il maestro sivigliano  sembra scuotere le coscienze con pennellate e tocchi vibranti, sottolineando che la vera dovizia risiede nella modestia dell’ uomo.

RIPRODUZIONE RISERVATA

BIBLIOGRAFIA CONSULTATA PER LA REDAZIONE DI QUESTO ARTICOLO:

  • Enciclopedia Universale dell’ Arte, Milano, Leonardo Arte srl, 1997 (pp. 286-287)
  • G. Cricco, F. Paolo di Teodoro, Itinerario nell’ arte vol. 3, Bologna, Zanichelli editore S.p.A, 2005 (pp. 1008- 1009)
 

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