Picasso e “Las Meninas” di Velázquez : artisti a confronto

di Valentina Grispo

Tutti gli artisti più famosi, anche dopo aver raggiunto uno stile personale e riconoscibile tra gli altri, ad un certo punto della loro carriera hanno sentito il bisogno di confrontarsi con i loro più illustri predecessori. Così anche Pablo Picasso, trasferitosi nel 1946 a Parigi, tra le altre attività che intraprese come incisore, ceramista e illustratore, si dedicò ai rifacimenti di opere dei maestri del passato sotto forma di citazioni, i cosidetti D’après. Tra queste compaiono 58 versioni del Las Meninas di Velázquez, quadro che lo affascinò sopratutto per la riflessione che in esso si presenta sul ruolo dell’artista.

Nella Spagna del XVII secolo, infatti, i pittori raramente raggiungevano un elevato status sociale, dal momento che la pittura era considerata un mestiere e non un’arte come la poesia o la musica. Diego Velázquez, uno degli artisti più rappresentativi dell’epoca barocca, si affermò come artista più importante tra quelli presenti alla corte di Re Filippo IV di Spagna e rivendicò esplicitamente il suo ruolo in uno dei quadri più celebri della storia dell’arte barocca: Las Meninas, dipinto nel 1656 e attualmente esposto a Madrid al Museo del Prado.

Questa opera, originariamente conosciuta con il nome “El Cuadro de la familla”, ritrae la famiglia reale che, nel gioco di specchi a cui l’artista da vita, ne risulta essere la protagonista. Il titolo attuale venne coniato solo ai primo dell’800 e allude ad un termine portoghese, menina, ovvero damigella d’onore, in riferimento a due delle figure ritratte.

La tela raffigura Velázquez, l’uomo in primo piano sulla sinistra, che impugna i pennelli di fronte alla tela, che rimane nascosta allo spettatore, intento a ritrarre i due sovrani che nella finzione pittorica occupano lo spazio dell’osservatore. Infatti il Re Filippo IV di Spagna e la sua consorte la regina Marianna d’Austria si riflettono nello specchio infondo alla stanza, trovandosi idealmente di fronte al pittore. Al centro della composizione due dame di compagnia, las meninas, intrattengono l’infanta Margherita, la figlia dei sovrani, la cui figura viene posta al centro della composizione come unico vero ritratto in posa della tela. In pimo piano sulla destra si trovano un cane e due nani, alle loro spalle osservano e commentano la scena l’addetta al servizio delle dame della regina e un funzionario di corte.

A completare l’impostazione assulutamente teatrale della composizione sul fondo appare Jose Nieto Velazquez, maresciallo a corte e forse parente del pittore, immortalato come in procinto di prendere parte ad una rappresentazione in atto, mentre sposta la tenda che fa da sipario. Questa figura immette così facendo luce dal fondo della composizione che risulta allo stesso tempo, però, illuminata frontalmente. L’ambiente in cui si svolge la scena sembra essere quello dello studio dell’artista, possiamo osservare infatti alcuni dipinti appesi alle pareti e gli ampi spazi a disposizione della posa. Velázquez si ritrae con la croce rossa dell’Ordine di Santiago, aggiunta successivamente al dipinto in occasione del conferimento dell’onorificenza.

Las Meninas diventa così un ritratto multiplo della famiglia reale e dell’intera corte, pittore ufficiale compreso. Lo straordinario gioco di riflessi e la stessa composizione dell’opera coinvolgono lo spettatore nella scena e lo proiettano all’interno del dipinto. Velázquez sembra, dunque, riflettere sull’atto stesso del rappresentare, inteso come una sorta di mimesi di uno spazio reale contiguo al nostro e reso tramite un’atmosfera viva e realistica.

Durante l’ultima fase della sua intensissima attività creativa, iniziata nel 1937 con Guernica, nel 1957 Picasso dipinge Las Meninas, da Velázquez, donato dallo stesso artista al Museo Picasso di Barcellona.

Nella sua versione cubista l’opera viene completamente stravolta, tanto da renderne difficilmente riconoscibile il riferimento. La direzione della composizione, originariamente verticale, viene innanzitutto sostituita da quella orizzontale; Nonstante l’infanta Margherita abbia mantenuto un ruolo centrale, la figura che maggiormente spicca per dimensioni e posizione diventa, ora, quella del pittore, come a simboleggiare che l’elemento più importante dell’intera creazione artistica è l’artista stesso. Ogni figura viene rappresentata da ogni angolazione possibile e la prospettiva viene costruita dall’incastro delle figure attraverso la giustapposizione di rappresentazioni piatte e di figure con volume. Nell’opera di Picasso vediamo, inoltre, la riduzione del colore a monocromo, per poi riaffermarsi come protagonista nelle altre versioni, in cui compare anche in toni molto accesi.

Per Picasso la riproduzione dell’opera di Velázquez si rivelò un puro esercizio pittorico che si tradusse in 58 opere tutte realizzate nell’arco di cinque mesi di lavoro intenso, periodo in cui ebbe l’opportunità di analizzare e reinterpretare in diversi modi il quadro. Delle pitture conservate al Museo Picasso sono presenti 44 versioni che rappresentano o l’opera per intero o studi di singole parti come volti o gruppi di figure.

 

L’opera di Velázquez è stata più volte presa come esempio sia per la sua portata ideologica in realzione alla figura dell’artista e all’affermazione del suo ruolo, sia per la maestria compositiva dimostrata nella creazione di uno spazio aperto a cui lo spettatore prende attivamente parte. Lo specchio posto sul fondo della composizione, ancor più nella versione di picasso, ci spinge ad indentificarci in quei puntini ritratti e difficilmente ricnoscibili, ma che possono prendere infinite forme nella nostra immaginazione.

Proprio questo forse è l’elemento chiave che spinge Picasso a confrontarsi con questo illustre pittore per rispondere ad uno dei suoi più profondi interrogativi:

“Chi vede correttamente la figura umana? Il fotografo, lo specchio o il pittore?”

Fonte:

http://www.museupicasso.bcn.cat/en/

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