L’Apoxyòmenos e la figura dell’atleta greco

A cura di L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Quando nel 1849, durante alcuni scavi condotti a Roma nella zona di Trastevere, fu rinvenuta la scultura dell’Apoxyomenos, la scoperta fu talmente sensazionale che il vicolo in cui avvenne cambiò nome: da Vicolo delle Palme a Vicolo dell’Atleta! Questo perché la statua fu molto ammirata e apprezzata già in epoca romana.

Si racconta che l’imperatore Tiberio abbia trasferito la versione originale in bronzo di Lisippo nel cubicolo della propria abitazione all’inizio del principato, spostandola dalle Terme di Agrippa dove era stata inizialmente posta e suscitando così un gran malcontento nel popolo, che da quel momento non poteva più ammirarla. Quella in marmo rinvenuta a Trastevere sarebbe quindi una copia dell’originale greco realizzata in epoca romana – forse all’epoca di Claudio – e che oggi possiamo ammirare in tutto il suo splendore nel Museo Pio-Clementino (Musei Vaticani), dove fu portata appena scoperta.

Apoxyomenos_Pio-Clementino

 

Per meglio comprendere l’importanza dell’opera si deve tenere conto dell’artista che la realizzò per primo: il grande Lisippo di Sicione, scultore prediletto di Alessandro Magno. E’ lui di fatto l’artista che rinnovando il classico e precedente canone di scultura – principalmente a schema frontale – viene considerato l’anticipatore della scultura ellenistica vera e propria, proponendo un nuovo modo di rappresentare la figura umana.

La statua di Lisippo, in greco, è detta Apoxyòmenos, “colui che si deterge”, ed effettivamente  rappresenta un atleta mentre si deterge il corpo dalla polvere, dal sudore e dall’olio con uno strigile, una sorta di raschietto metallico. L’atleta non è quindi rappresentato nella fase “eroica” dell’attività agonistica, mentre gareggia o trionfa per la vittoria, ma in un gesto assolutamente comune, sia per chi vince sia per chi perde, come quello del detergersi dopo la gara. Ed è questa la prima grande particolarità della scultura di Lisippo. L’atleta per i greci doveva infatti essere “bello e buono”, doveva cioè unire alle qualità fisiche (bellezza, armonia e vigore), le qualità morali proprie di un buon cittadino e di un valoroso soldato. Solitamente era un cittadino libero, per lo più di ceto aristocratico, nato da genitori entrambi greci: essendo tutto a carico degli atleti (l’allenamento, il viaggio, il soggiorno nelle località delle gare),  dovevano necessariamente godere di una posizione economica privilegiata.

Apoxyomenos_Pio-Clementino_dettaglio

 

La seconda particolarità dell’Apoxyòmenos è la posa che assume il corpo. Il braccio destro è delicatamente portato in avanti a conquistare, assieme al sinistro piegato, un ritaglio dello spazio antistante, sbarrando per la prima volta la visuale all’altezza del petto, un gesto in cui qualcuno ha visto “la conquista della terza dimensione” nella statuaria. Le braccia così impostate producono un gioco di luci e di ombre nuovo, che varia con il mutare del punto di vista dello spettatore, il quale tende automaticamente a spostarsi di lato per cogliere l’azione da un’altra angolazione. L’Apoxyòmenos, con il suo invito ad una percezione completa della figura, può essere definito quindi, a tutti gli effetti, come la prima statua a tuttotondo della scultura greca.

Il corpo flessuoso, alleggerito nelle proporzioni dal disegno di volumi più sottili e ravvivato dal passo laterale della gamba destra, è fissato poi nel momento irripetibile dell’azione, suggerita dalla lieve torsione del busto e delle anche.

Lisippo inoltre abbandona il canone proporzionale della scultura precedente, matematico, razionale e basato principalmente sul principio dell’analogia/simmetria delle parti del corpo: qui infatti la testa è più piccola, il corpo più snello e meno possente e la figura appare quasi più alta, il ritmo si sostituisce quindi alla simmetria. Al punto di vista unico, frontale, della statuaria classica, si sostituisce quindi una pluralità di punti di vista, cosicché la figura non appare mai la stessa: Lisippo affermava infatti di voler rappresentare gli uomini “come appaiono all’occhio”, mutevoli a seconda della luce e della visuale, nel variare continuo della realtà. Ecco quindi come nell’Apoxyòmenos, l’idealizzazione classica viene completamente superata.

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