La vera storia dei Bronzi di Riace

di Laura Corchia

Due atleti? Due guerrieri? Oppure due eroi? Ancora oggi l’identità delle due opere rinvenute nel 1972 al largo di Marina di Riace desta molta curiosità.

La soluzione dell’enigma potrebbe venire dagli studi condotti da Paolo Moreno, docente d’Archeologia e Storia dell’Arte Greca e Romana all’Università di Roma Tre.

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Fondamentale per Moreno è stato il restauro, che gli ha consentito di identificare gli artisti: Spiega il docente: «Le statue, infatti, erano piene di terra, la cosiddetta terra di fusione, che, impregnata da secoli di salsedine, stava mangiandosi le statue dall’interno». La terra è stata estratta passando dai fori nei piedi grazie a ablatori dentistici ad ultrasuoni, pinze flessibili, spazzole rotanti, tutti controllati da microtelecamere che inviavano su un monitor immagini dell’interno delle statue, ingrandite da tre a sei volte. «Analizzando la terra così estratta, si è scoperto che quella del bronzo A apparteneva alla pianura dove sorgeva la città d’Argo, mentre quella del bronzo B proveniva dall’Atene di 2500 anni fa, più o meno nello stesso periodo e soprattutto si è scoperto che le statue furono fabbricate con il metodo della fusione diretta, poco usato perché non consentiva errori quando si versava il bronzo fuso, infatti il modello originale era perduto per sempre».

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Questi dati tecnici hanno portato Moreno a fare il nome di Agelada, uno scultore di Argo che, a metà del V secolo a.C., lavorò nel santuario greco di Delfi, nel Peloponneso e forse ad Olimpia. Infatti il bronzo A assomiglia moltissimo all’immagine di Atlante in una metopa del tempio di Zeus a Olimpia, pare realizzata da Agelada. «Quanto al bronzo B, i risultati dell’analisi hanno portato all’ipotesi che a scolpirlo fu Alcamene, nato sull’isola di Lemno, che pare avesse ricevuto la cittadinanza ateniese per i suoi meriti d’artista».

Il docente ha poi analizzato il testo greco di Pausania, autore tra il 160 e il 177 d.C. di una vera e propria guida turistica dei luoghi e monumenti della Grecia. Il questo prezioso documento  Pausania scrisse di aver visto nella piazza principale di Argo un monumento ai Sette a Tebe, gli eroi che fallirono nell’impresa di conquistare la città di Tebe, e ai loro figli (Epigoni) che li riscattarono ripetendo l’impresa con successo. Il gruppo di Argo comprendeva dunque circa una quindicina di statue di eroi, tutte provviste di elmi, lance, scudi e spade.

Di questi eroi restano pitture su vasi greci o copie di marmo di statue di epoca romana. In particolare, su un vaso ritrovato a Spina sono raffigurati  i Sette di Tebe e gli Epigoni con le loro consuete pose e attitudini. In base a ciò, Moreno ha ipotizzato che  i due bronzi di Riace appartenessero al monumento di Argo o alla sua replica di Delfi. Inoltre, Il bronzo A, detto il Giovane, potrebbe rappresentare l’eroe Tideo, il bronzo B, detto il Vecchio, raffigurerebbe invece il profeta guerriero Anfiarao. Entrambi parteciparono alla mitica disastrosa spedizione degli eroi di Argo contro Tebe (I Sette contro Tebe).

Il restauro ha messo in luce anche preziosi dettagli, come il rosso del rame per colorare capezzoli e labbra, le pietre colorate per rendere più naturalistici gli occhi, l’argento per realizzare la dentatura. «Quest’ultimo particolare, finora unico esempio nella statuaria classica», dice Paolo Moreno, «enfatizza bene l’espressione di Tideo, che non è per nulla sorridente come sembra. Il suo è invece un ghigno satanico e bestiale, simbolo della ferocia del guerriero capace di divorare il cervello del nemico tebano Melanippo: un orrendo atto di antropofagia che costò all’eroe l’immortalità promessagli da Atena».

Resta un ultimo enigma. Come hanno fatto i due bronzi superstiti ad arrivare nel mare della Calabria? «All’inizio s’ipotizzò che i due bronzi fossero stati gettati in mare dall’equipaggio di una nave in difficoltà per il mare grosso», dice Moreno. «Ma nelle campagne di rilevamento successive si ritrovò un pezzo di chiglia appartenuta a una nave romana di età imperiale». Si notò inoltre che le due statue erano state ritrovate vicine e affiancate, cosa impossibile se fossero state gettate in mare contemporaneamente. Il ritrovamento sembra invece tipico di una nave naufragata, disfatta nei secoli a causa delle forti correnti e dell’acqua marina. «Una nave quindi trasportava i bronzi di Argo», conclude Moreno. Soltanto due? «Non è detto. Forse la nave apparteneva a un convoglio che trasportava l’intero gruppo, la cui sorte è ancora sconosciuta».

Raffigurati nella posa a chiasmo, i due bronzi presentano una notevole plasticità muscolare e trasmettono una notevole sensazione di potenza. mentre il bronzo A si caratterizza per un maggiore vitalismo, il bronzo B assume una posa più calma e rilassata. Tuttavia, quest’ultimo presenta una particolarità: la testa più piccola, segno che all’origine potesse indossare un elmo.

Oltre alla tecnica di fusione, il restauro ha messo in luce altri aspetti rilevanti: “intorno al simulacro iniziale, il modello finale (prima del perfezionamento nei dettagli con la cera), fu realizzato sovrapponendo varie centinaia di strisce d’argilla, rese facili da manipolare perché vi erano stati mescolati peli d’animali. Era questo un modo di lavoro particolarmente difficile e lento, che però alla fine riusciva a far crescere nel modo voluto le masse del corpo e dei muscoli, come dimostrano le stratificazioni concentriche dell’argilla trovata nelle gambe e nel torace dei due Bronzi. Il materiale, argilla costituita da prodotti di disgregazione di rocce calcaree, recuperato dall’interno delle statue durante l’ultimo restauro (quasi 60 kg per statua), per la prima volta è stato conservato per restare a futura disposizione per approfondimenti tecnici

Fonti:

I.s.i.s. Marchesi;

G. De Palma, I bronzi di Riace. Restauro come conoscenza, Roma 2003.

 

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