La pittura parietale romana: artificio, meraviglia, gusto per il paesaggio

Di Laura Corchia

Gran parte delle testimonianze della pittura romana rimasteci provengono da Pompei, dove la terribile eruzione del Vesuvio del 79 d.C. cristallizzò l’intera città. Si trattò di una grossa catastrofe che, tuttavia, ha preservato quasi intatto l’intero centro abitato.

A seguito degli scavi archeologici, Pompei ha restituito una eccezionale ricchezza di testimonianze pittoriche, artificiosamente suddivise in periodi definiti “stili”:

  1. Il primo stile (a incrostazione o strutturale) dal 200 al 80 a.C;
  2. Il secondo stile (architettonico) dall’ 80 a.C. alla fine del I sec. a.C.;
  3. Il terzo stile (ornamentale) dal 15 a.C al 40 d.C. in Roma e a Pompei non oltre il 62-63 d.C;
  4. Il quarto stile (fantastico) dal 35 d.C. alla fine del I sec. d.C.

Esistono testimonianze pittoriche rinvenute anche a Roma ma, a partire dal Settecento, vennero staccate dalle loro collocazioni originali e trasportate nei musei.

Sul piano tecnico, preziose informazioni provengono da Vitruvio  e soprattutto da Plinio. Quest’ultimo divide i colori in due grandi categorie: colores floridi (colori trasparenti) e colores austeri (colori a corpo). Difficile è determinare se quelli che si ammirano a Pompei sono dei veri e propri affreschi: parrebbe piuttosto trattarsi di tempere stese sulla parte asciutta, perché non sono visibili le cosiddette “giornate” tipiche della tecnica ad affresco. Resta comunque ignoto il procedimento che ha permesso una così eccellente conservazione delle pitture, forse dovuta alla composizione del sottostante intonaco, realizzato con polvere di marmo e di alabastro.

Il rapporto con la tradizione ellenistica è evidente nelle pitture murali ritrovate in una casa sull’Esquilino, oggi conservate al Museo Vaticano di Roma.  Poste sulle pareti di un portico che affacciava sul paesaggio circostante, queste pitture lasciano largo spazio alla rappresentazione del paesaggio, con uno spiccato gusto naturalistico. Soggetto dei dipinti sono i viaggi di Ulisse. I paesaggi sono ripresi in veduta aerea e le figure si muovono con estrema vivacità.

Risalgono al 20-10 a.c. le meravigliose pitture conservate nella Villa di Livia, lungo la via Flaminia. Entrare nella grande sala sotterranea è come immergersi nell’atmosfera sognante di un giardino. Al di là di una staccionata di canne, grandi alberi ricchi di frutta, piante e fiori esotici si dispongono dietro una bassa balaustra marmorea, che compone nicchie ed esedre. Colorati uccelli volano tra i rami e ravvivano l’ambiente che si staglia contro un cielo azzurro e sereno. Ancora una volta ricorre l’effetto illusionistico, la ricerca di un rapporto con l’ambiente esterno e con i giardini che un tempo dovevano circondare la villa. Se il catalogo delle piante è perfettamente riconoscibile, il significato dell’intera decorazione è da ricondursi alla delizia dello stile di vita della proprietaria.

Villa di Livia
Villa di Livia
Villa di Livia
Villa di Livia

Di sicura provenienza ellenistica è il gusto per le architetture che sfondano illusionisticamente la parete. Colori vivaci e suggestivi, stesi con pochi tocchi di pennello, rendono i particolari effimeri e leggeri. Questi schemi pittorici compaiono nella Domus Aurea, la grande reggia di Nerone costruita attorno al 64 d.C. Autore della decorazione pittorica fu Fabullus, un artista che, conscio della sua posizione, dipingeva in toga. La Domus Aurea fu riscoperta nel XV secolo e diede origine alla pittura a “grottesche”, così chiamata perché ispirata alla decorazione delle stanze che, agli occhi dei visitatori dell’epoca, apparivano come grotte. A tal proposito, tornato utili le parole del Vasari che a queste particolari decorazioni dedica il capitolo XXVII della sua Introduzione alle tre arti del disegno.

Grottesche della scuola di Raffaello, Loggetta del cardinal Bibbiena, Palazzi apostolici, Vaticano
Grottesche della scuola di Raffaello, Loggetta del cardinal Bibbiena, Palazzi apostolici, Vaticano

Proprio contro la pittura decorativa si scagliarono Vitruvio, Plinio il Vecchio e Petronio. Questi critici latini rimpiangevano il naturalismo tipico dell’arte greca e non vedevano di buon occhio gli effetti fantasiosi e irreali della pittura della loro epoca.

 

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