La pittura degli Egizi: gli albori dell’alchimia

di Laura Corchia

L’Egitto ha una storia lunghissima e la nascita della sua civiltà coincide con la fase finale del Neolitico. Intorno al 5000 a.C. il clima nell’Africa Settentrionale iniziò ad inaridirsi e le popolazioni delle savane cercarono rifugio nella valle del Nilo.

L’unificazione del territorio egiziano sotto un unico regno avvenne ad opera di Narmer, il Re Scorpione, attorno al 3200 a.C.

Si successero circa trenta dinastie e, durante questo millenario periodo, la tecnologia umana conobbe grandi sviluppi. Vennero scoperti, lavorati e commercializzati numerosissimi minerali, tra cui: la malachite, l’azzurrite, il verderame, la galena, la cassiterite, la blenda, il gesso, il caolino, il lapislazzuli, l’orpimento, il realgar, il turchese, la stibite, il ferro nativo, il cinabro e la calce.

3029 (1)

 

Oltre alle estese conoscenze mineralogiche e metallurgiche, gli egizi si intendevano anche di pratiche alchemiche, come è dimostrato dalla scoperta della biacca, del blu egizio e del giallo egizio, chiamato in tempi molto più recenti giallo di Napoli.

La biacca, pigmento di colore bianco entrato poi per millenni nella tavolozza dei pittori, era attenuta attraverso l’aceto, che gli Egizi conoscevano bene perché praticavano già la viticoltura. Striscioline di piombo erano poste, insieme a concime animale, in vasi di terracotta che avevano uno scomparto separato per l’aceto. I vapori dell’aceto attaccavano il piombo formando acetato di piombo, mentre l’anidride carbonica prodotta dalla fermentazione del letame favoriva la successiva trasformazione dell’acetato in carbonato basico di piombo. La sintesi della biacca è stata la base di partenza per la scoperta del litargirio e del minio.

Un altro pigmento messo a punto in questo periodo è il blu egizio, un silicato misto di rame e calcio ottenuto fondendo insieme sabbia bianca, malachite e solfato di calcio. La sperimentazione di questa tecnica di fusione può poi aver portato gli Egizi a scoprire la formula del vetro.

Tra i colori scoperti in questo periodo merita attenzione il giallo egizio, che si produceva facendo reagire insieme in forni a temperatura elevata un composto di antimonio con un sale o un ossido di piombo.

La ricchezza di conoscenze mineralogiche e alchemiche ha arricchito la tavolozza dei pittori egizi. Basti guardare le pitture tombali per rendersi conto della varietà di colori messi a disposizione dalla tecnologia dell’epoca. L’artigiano egiziano lavorava i minerali sia per ottenere dei pigmenti, sia per ricavarne i metalli. Grande stupore deve aver suscitato l’ottenimento del rame attraverso il riscaldamento della malachite con carbone o del cinabro, che permetteva di ottenere il mercurio.

Le pratiche magiche dell’alchimia hanno un merito immenso: hanno spinto l’uomo a quella sperimentazione, a volte anche astrusa, da cui nei secoli successivi sono emerse molte osservazioni fondamentali per lo sviluppo della scienza moderna.

RIPRODUZIONE RISERVATA

 

I commenti sono chiusi.