La Deposizione Baglioni: cenni sull’opera e sui restauri

Di Laura Corchia

La pala, nota come Deposizione Baglioni, fu commissionata in seguito a sanguinose vicende che funestarono Perugia agli inizi del Cinquecento. L’opera fu eseguita da Raffaello per Atalanta Baglioni, in memoria del figlio Grifonetto. Questi aveva preso parte a una congiura e il 3 luglio 1500 aveva colpito a morte Guido Baglioni e suo figlio Astorre. Un altro membro della famiglia, Giampaolo, uscì miracolosamente illeso e, messosi al potere, fece uccidere Grifonetto e gli altri congiurati. In un primo momento, Atalanta aveva maledetto il figlio ma, saputolo in fin di vita, accorse accanto a lui. Pianse su quel corpo, ne baciò il volto per l’ultima volta e, una seppellitolo, decise di far dipingere una Deposizione.

Il dipinto, firmato e datato “RAPHAEL URBINAS MDVII” impegnò molto Raffaello, com’è testimoniato da un gran numero di disegni e dalla complessità dello schema compositivo. Sullo sfondo di un paesaggio montagnoso, il corpo di Cristo morto è adagiato su un sudario e trasportato di peso da due figure maschili. Secondo alcune ipotesi, il giovane portatore  raffigurato di profilo reca le fattezze di Grifonetto. Sulla destra, la Vergine svenuta è sostenuta dalle pie donne.

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Il dramma si svolge in uno scenario che, solo in seguito al restauro, è stato identificato. Le colline e il castello delineati al centro del dipinto sarebbero quelli di Antognolla, a 30 chilometri da Perugia. Il maniero e la vallata, ai tempi di Raffaello, appartenevano proprio ai Baglioni, i committenti della pala. A rendere questa scoperta ancora più intrigante è il nome di colei che l’ha fatta: Alessandra Oddi Baglioni, discendente della famiglia. Sapendo che la tavola era in restauro, volle vederla da vicino. Nel guardarla a pochi centimetri di distanza, si accorse che il castello è proprio quello di Antognolla, visto molte volte da bambina quando ancora apparteneva ai possedimenti della famiglia.

Questo restauro, eseguito nel  2012, segue un altro importante intervento, effettuato 32 anni prima a cura dell’Istituto Centrale. In quell’occasione fu sviluppato un sofisticato sistema di staffe mobili utili ad accompagnare e a contenere i movimenti delle tavole di legno evitando i sollevamenti di colore.

Il quadro, per la vicenda che ha alle spalle e per la drammaticità della rappresentazione, può essere considerato uno dei più emozionanti della storia dell’arte. Racconta Giovanni Pincastelli, direttore della Galleria Borghese agli inizi del Novecento: “Io stesso posso testimoniare di aver più volte veduto di fronte a questa tavola persone con occhi umidi e più spesso con espressione di tristezza e di compassione prender parte alla dolorosa scena; e, precisamente, nel Giovedì Santo del 1893, due signore vestire di nero vidi io singhiozzare a grossi lacrimoni”. 

 

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