Il “fil bleu” di Helena Almeida: tra performance e fotografia

di Giulia Bertagnoli

Corpo e spazio, sensualità e movimento. Helena Almeida, artista portoghese classe 1934 è tutto questo e molto altro ancora. La sua arte , cosi immediata all’apparenza, nasconde un bisogno, quello di uscire dal quadrato bianco, croce e delizia per tanti artisti suoi contemporanei (Lucio Fontanta su tutti della precedente generazione dal quale l’Almeida e tanti altri han preso ispirazione[1]) per andare altrove, in quella dimensione onirica dove nemmeno lì troverebbe pace. Perchè Helena Almeida è questo : è qui ma non lo è. Tutto quello che abita è solo preso in prestito , nell’immediata ricerca di qualcos’altro.

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La serie di tele senza titolo degli anni 1968/1969 mostrano proprio questo: lo sforzo teso alla decostruzione, dei supporti artistici tradizionali. E così, la tela si arrotola, si stacca dal suo supporto, si ammorbidisce, si sveste e si riveste. E la stessa cosa fa l’artista, che entra nella fotografia, supera la fotografia, fa cose e vede gente e (si) dipinge con quel blu Klein ricorrente nelle sue opere. Trattasi appunto di “Pintura habitada”.[2]

L’estrema importanza che l’artista da alla corporeità è un altro tema cardine nella sua arte: il corpo come luogo conflittuale dell’espressione politica e personale, il corpo che incontra il mondo circostante e lo manipola. Qualsiasi oggetto diventa altro, entra nella tela per fecondarla ed andarsene l’attimo dopo. Come il movimento sinuoso della gonna di una donna o di semplici mani che si intrecciano (Seduzir #9)[3].

Al WIELS di Bruxelles dal 10.09 all’ 11.12.16 l’expo Corpus.

 

 

[1] http://www.helgadealvear.com/web/index.php/helena-almeida/

[2] http://www.jeudepaume.org/?page=article&idArt=2539

[3] https://gulbenkian.pt/cam/collection-item/seduzir-150732/

 

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