Il Cenacolo di Leonardo: vicende conservative e restauri

Di Laura Corchia

« Soleva […] andar la mattina a buon’ora a montar sul ponte, perché il cenacolo è alquanto da terra alto; soleva, dico, dal nascente sole sino a l’imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare e il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro dì che non v’avrebbe messa mano e tuttavia dimorava talora una o due ore del giorno e solamente contemplava, considerava ed essaminando tra sé, le sue figure giudicava. L’ho anco veduto secondo che il capriccio o ghiribizzo lo toccava, partirsi da mezzo giorno, quando il sole è in lione, da Corte vecchia ove quel stupendo cavallo di terra componeva, e venirsene dritto a le Grazie ed asceso sul ponte pigliar il pennello ed una o due pennellate dar ad una di quelle figure, e di solito partirsi e andar altrove. »

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Così, Matteo Bandello nella sua novella LVIII (1497) fornì una preziosa testimonianza di come Leonardo lavorasse attorno al Cenacolo.

Dipinta tra il 1494 e il 1498 nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano, l’opera fu commissionata da Ludovico il Moro.

Leonardo non amava la tecnica ad affresco, la cui rapidità di esecuzione, dovuta alla necessità di stendere i colori prima che l’intonaco asciughi imprigionandoli, era incompatibile con il suo modus operandi, fatto di continui ripensamenti, aggiunte e piccole modifiche. Scelse di adottare la tecnica con cui dipingeva su tavola, una tempera grassa che, tuttavia, dimostrò una forte incompatibilità con l’umidità dell’ambiente. I recenti restauri hanno permesso di appurare che l’artista, dopo aver steso un intonaco piuttosto ruvido, soprattutto nella parte centrale, e steso le linee principali della composizione con una specie di sinopia, lavorò al dipinto usando una tecnica tipica della pittura su tavola. La preparazione era composta da una mistura di carbonato di calcio e magnesio uniti da un legante proteico e prima di stendere i colori l’artista interpose un sottile strato di biacca (bianco di piombo), che avrebbe dovuto far risaltare gli effetti luminosi. In seguito vennero stesi i colori a secco, composti da una tempera grassa realizzata probabilmente emulsionando all’uovo oli fluidificanti. Ciò permise la particolare ricchezza della pittura, con una serie di piccole pennellate quasi infinite e una raffinata stesura tono su tono, che consentì una migliore unità cromatica, una resa delle trasparenze e degli effetti di luce, e una cura estrema dei dettagli, visibili solo da distanza ravvicinata; ma la tecnica fu anche all’origine dei problemi conservativi, soprattutto in ragione dell’umidità dell’ambiente, confinante con le cucine.

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Ma, appena terminato il dipinto, Leonardo si accorse subito che la tecnica adottata stava già rivelando i primi difetti, prima fra tutte una piccola crepa spuntata sulla parte sinistra. Si trattava solo dell’inizio di un processo di disgregazione che sarebbe continuato inesorabile nel tempo; già una ventina di anni dopo la sua realizzazione, il Cenacolo presentava danni molto gravi, tanto che vasari, che la vide nel maggio del 1566, scrisse che “non si scorge più se non una macchia abbagliata”.

Nel corso dei secoli l’opera fu oggetto di ripetuti interventi di restauro, tesi a porre rimedio o comunque ad arrestare l’inesorabile degrado.

All’inizio del XIX secolo le truppe napoleoniche trasformarono il refettorio in bivacco e stalla. Negli anni dieci del Novecento il pittore Luigi Cavenaghi reincollò le particelle che si andavano staccando dal muro.

Danni ancora più gravi vennero causati durante la seconda guerra mondiale, quando il convento venne bombardato nell’agosto del 1943: venne distrutta la volta del refettorio, ma il Cenacolo rimase miracolosamente salvo tra cumuli di macerie, protetto solo da un breve tetto e da una difesa di sacchi di sabbia, rimanendo esposto per vari giorni ai rischi causati dagli agenti atmosferici.

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Nel 1977 si diede avvio all’ultimo intervento di restauro, preceduto da accurati studi. Si trattò di una operazione delicatissima, destinata a durare un ventennio. Il lavoro della restauratrice Pinin Brambilla e di tutti i suoi collaboratori si è quindi dimostrato estremamente complesso e laborioso. E’ stato necessario compiere un numero incredibile di campionature e di studi per trovare le tecniche migliori con cui restaurare l’opera e, soprattutto, per riportare alla luce i colori e le sagome originali di Leonardo. La superficie dell’opera si presentava scrostata e lesionata; in milioni di interstizi microscopici si era infilata la polvere, trattenendo l’umidità delle pareti, e creando così le condizioni per la graduale e inesorabile scomparsa del dipinto. Durante la fase della pulitura ci si accorse che il Cenacolo era stato in parte spalmato di cera per essere predisposto al distacco: un distacco, per fortuna mai eseguito. L’impiastro di colle, resine, polvere, solventi e vernici, sovrapposte nei secoli in maniera disomogenea, avevano peggiorato notevolmente le condizioni, già di per sé molto delicate, della pellicola pittorica.

Il restauro ha permesso di studiare in maniera più approfondita la tecnica pittorica adottata da Leonardo e di individuare le tracce autografe del dipinto. Dopo aver eliminato le ridipinture, i restauratori si sono ritrovati di fronte a un grossissimo dilemma: come reintegrare le parti mancanti. In un primo momento si decise di procedere con un riempimento con un semplice colore neutro; poi invece sono stati applicati dei colori leonardeschi ricavati dai frammenti superstiti.

Tra le tante scoperte insperate, si è trovato il buco di un chiodo piantato nella testa del Cristo: qui Leonardo aveva appeso i fili per disegnare l’andamento di tutta la prospettiva. Si sono riscoperti anche i piedi degli apostoli sotto il tavolo, ma non quelli di Cristo: questa parte fu infatti distrutta nel 1600 dall’apertura di una porta che serviva ai frati per collegare il refettorio con la cucina.

Oggi l’opera ha recuperato una insperata brillantezza cromatica ed è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

 

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