I calchi di Pompei: l’ultimo eterno soffio di vita

di Laura Corchia

La morte sopraggiunse inaspettata in quel primo pomeriggio del 79 d.C. Gli abitanti di Pompei furono colti di sorpresa da una pioggia fatta di pomici, rocce vulcaniche e, infine, magma. Cercarono di fuggire, di ripararsi in qualche modo. Ma il loro respirò si fermò improvvisamente e le ceneri finirono per cristallizzarne espressioni e atteggiamenti. Nulla si salvò: piante, bestie, uomini.

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La testimonianza più rilevante su ciò che accadde in quei terribili giorni è data da Plinio il Giovane: “Si elevava una nube, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna [si seppe poi che era il Vesuvio]: nessun’altra pianta meglio del Pino ne potrebbe riprodurre la forma. Infatti slanciandosi in su in modo da suggerire l’idea di un altissimo tronco, si allargava poi in quelli che si potrebbero chiamare dei rami”. 

Gli scavi di Pompei furono avviati nel 1748 sotto Carlo III di Spagna

Un racconto descrive l’invenzione del metodo dei calchi, grazie al quale oggi possiamo scorgere le espressioni dei volti, le pieghe dei vestiti, le posizioni contorte in cui i Pompeiani furono sorpresi dalla furia del Vesuvio, ma anche sagome di porte, di armadi, di radici di piante, di animali.

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“Il 5 febbraio del 1863 mentre si sgombrava un vicolo, il Fiorelli, il direttore degli Scavi, venne avvertito dagli operai che avevano incontrato una cavità, in fondo alla quale si scorgevano delle ossa. Ispirato da un tratto di genio, Fiorelli ordinò che si arrestasse il lavoro, fece stemperare del gesso, che venne versato in quella cavità e in altre due vicine.
Dopo aver atteso che il gesso fosse asciutto, venne tolta con precauzione la crosta di pomici e di cenere indurita. Eliminati dunque questi involucri, vennero fuori quattro cadaveri “. 

La tecnica dei calchi consiste dunque nel riempire di gesso il vuoto lasciato dai corpi ormai dissolti nella cenere e nel materiale vulcanico che, nel solidificarsi, prese la forma di quanto aveva sommerso. Questi calchi, conservati nell’Antiquarium di Pompei, costituiscono una delle testimonianze più tragiche della catastrofe che colpì la città.

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Grazie alla tecnica inventata da Fiorelli possiamo scorgere le espressione dei volti, le forme dei vestiti, le posizioni in cui i pompeiani furono sorpresi dalla furia del vulcano. Non solo. I calchi ci restituiscono anche la forma delle porte, delle finestre, dei mobili e perfino delle piante e degli animali. Possiamo scorgere la tremenda tragedia che si è consumata e di come la grande eruzione abbia sterminato e ucciso. Crudele ma allo stesso tempo affascinante, sembra di rivivere quelle sensazioni di paura e di orrore. Dalla posizione dei calchi, possiamo dedurre che la morte sia venuta ad opera dei gas nocivi che l’eruzione ha disperso nell’aria, successivamente tutto è stato coperto da cenere e lapilli incandescenti. Una delle foto ci raffigura anche un cane, ancora legato al guinzaglio e poi donne e bambini rannicchiati, come a volersi quasi addormentare prima del disastro per non vedere nulla. La morte, paradossalmente, li aveva resi eterni.

 

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