Filippo De Pisis e il suo ‘Interno di cantina’ (1936). Le indagini svelano dettagli sorprendenti

di Laura Corchia

Letterato e filosofo, botanico ed entomologo, poeta, scrittore, ma soprattutto pittore. Filippo De Pisis (Ferrara, 1986 – Milano, 1956), pseudonimo di Filippo Tibertelli, era quello che oggi potremmo definire un artista a tutto tondo. Autore sensibile e uomo raffinato, non ha mancato di abbozzare con straordinaria maestria i soggetti più disparati: dalle nature morte ai paesaggi, dai ritratti alla pittura di genere. Il suo stile si caratterizza per le pennellate veloci, lievi, vibranti, luminose, fragili in apparenza ma dure come fil di ferro nella loro realtà. Ogni soggetto trattato è circondato da un’aura poetica e malinconica. Il suo pennello registra con inimitabile immediatezza la sensazione che gli oggetti suscitano nell’animo dell’uomo-artista: una conchiglia abbandonata su una spiaggia deserta, una penna d’oca che si è posata nel mezzo di una strada, un pesce che fa bella mostra di sé dentro una vasca di zinco. La sintassi figurativa è spesso ridotta all’essenziale, abbozzata sulla tela dalla lievissima imprimitura.

Filippo De Pisis nacque a Ferrara nel 1896. Affetto da una irreversibile malattia psichica, fu internato spesso in manicomio. Per tutta la vita dovette fare i conti con questo disturbo che, alla fine, lo condusse alla tomba.

Nel 1925 compì un viaggio a Parigi dove conobbe gli artisti più in voga del momento: Braque, Picasso, Matisse. Entrò in contatto anche con letterati e poeti, tra cui Aldo Palazzeschi. Quest’ultimo incontrò il pittore per la prima volta all’Hotel Bonaparte. Fu l’inizio di un rapporto fondato su amicizia e stima professionale. Palazzeschi acquistò ben 12 dipinti del pittore ferrarese, dimostrando un fortissimo interesse per l’arte di quel suo compagno così bizzarro e geniale. Un altro amico illustre fu Eugenio Montale, conosciuto nel 1920 a Genova. Il grande poeta italiano iniziò a dipingere a partire dal 1945. Dagli olii passò presto alle opere su carta di piccole dimensioni (eseguite con pastelli e “materiali di fortuna”). Definì il suo stile “una sintesi tra De Pisis e Moranti”. Nelle figure di Montale e di De Pisis, poesia e pittura si intrecciano felicemente e, come ebbe a dire il primo, “in linea di principio non siamo tra coloro che diffidano dei pittori che scrivono o dei letterati che dipingono”. Del resto, c’è un sottile filo che lega gli Ossi di Seppia di Eugenio e le solitarie conchiglie delle Marine di Filippo.

Ma, per tornare agli anni parigini, tra le tante opere che De Pisis dipinse in terra straniera vi è un “Interno di cantina” (1936).

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Il dipinto, eseguito con il metodo a zampa di mosca, ossia sovrapponendo materia e colori in momenti diversi, aspettandone l’asciugatura e lasciando alcune parti della tela spoglie, raffigura una natura morta: un calamaio, uno sgabello, un fiasco. Presenta due particolarità: è firmato in ben quattro punti dal pittore e sul verso reca, oltre a svariati numeri di inventario, il ritratto di un giovane uomo. Inoltre, le indagini diagnostiche hanno svelato l’esistenza di una piccolissima figura accanto al fiasco del vino. Le quattro firme e l’autoritratto rappresentano il segno tangibile dell’importanza che quest’opera aveva per il nostro artista. In questo modo, egli ha voluto rimarcarne la paternità, lasciando un segno che potesse sopravvivergli.

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Recatosi a Cortina, De Pisis portò con sé il suo “Interno di Cantina” che fu lungamente esposto presso la Galleria Selene. Il dipinto fu poi acquistato da un collezionista romano ed infine venduto all’asta giudiziaria dal Tribunale della capitale. Attualmente si presenta nella sua patina e con le sue velature originali. Recentemente è stato oggetto di indagini da parte dello Studio Peritale Diagnostico Rosati Verdi Demma di Parma. Gli esperti lo hanno sottoposto a riflettografia, foto UV, foto IR in falso colore e spettrocolorimetria di riflettanza. I risultati hanno permesso di mettere in luce alcuni dettagli non visibili ad occhio nudo e di studiare con attenzione la tecnica esecutiva.

La riflettografia, in particolare, ha consentito di riconoscere nella decorazione diversi layers, a dimostrare una realizzazione eseguita per sovrapposizione di strati. Le finiture bianche, infatti, appaiono leggere ed impalpabili e sono state stese a lavoro ultimato. La luce UV ha dato conferma della stesura di una vernice finale e dell’assenza di interventi di restauro precedenti.

Nella parte posteriore, le sorprese maggiori le ha riservate l’immagine del giovane. Tre differenti fluorescenze (azzurra nella fascia in basso, rosata nell’angolo a destra, aranciata in corrispondenza del volto e del collo) lasciano ad intendere un probabile intervento, successivo alla fase di realizzazione dell’opera, durante il quale il materiale utilizzato per coprire il volto della figura è stato parzialmente riportato alla luce per strati.

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Per lo studio della composizione dei materiali impiegati e della realizzazione delle campiture cromatiche, è stato sufficiente sottoporre il dipinto alla tecnica dell’ infrarosso in falso colore ed alla spettro colorimetria. I rossi sono a base di ossidi di ferro sia nel fronte che nel retro del dipinto. Il pittore ha impiegato due verdi diversi: uno a base di terre e uno a base di rame. La differenza tra i due è che i verdi a base di rame mostrano un annerimento quando vengono osservati in luce UV. I pigmenti gialli sono a base di ossidi o di cadmio.

Come in tutte le opere eseguite da De Pisis, anche questo splendido “Interno di cantina” mostra lo stile inconfondibile del grande maestro ferrarese. Al pari delle sue nature morte marine, le pennellate si espandono “a furia, larghe, non grasse di colore, intense nella materia, scorrevoli, asciutte e solo a tratti raggrumate in una sosta più densa, come i nodi in una canna di bambù” (Raimondi).

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I dati tecnici sono stati gentilmente forniti dallo Studio Tecnico Peritale Diagnostico Rosati Verdi Demma di Parma. Per maggiori informazioni visitare il sito www.rosativerdidemma.com

 
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