Dentro l’opera: Il ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini. Il marmo come pelle morbida

di Fabio Strazzullo

Il ratto di Proserpina o Il Plutone e Proserpina è un’opera scultorea realizzata tra il 1621-22 dal famoso scultore Gian Lorenzo Bernini per volere del cardinal Scipione Borghese. Tuttavia, l’elezione di papa Gregorio XV Ludovisi nello stesso 1621 costrinse Scipione a fare dono della statua come omaggio a Ludovico Ludovisi, cardinal nipote di Gregorio XV.

Non sappiamo esattamente il motivo del dono da parte di Scipione, forse per opportunità politiche o per semplice buona volontà. Ad ogni modo, l’opera finì a Villa Ludovisi, oggi distrutta a seguito della speculazione edilizia nell’800, e posta in un angolo di una sala che affacciava sui giardini, incorniciata da una specie di porta, su cui era collocato un piccolo busto in bronzo di papa Paolo V. Il tutto per creare una sorta di scena teatrale, dove lo spettatore aveva l’impressione di vedere Plutone appena uscito dalla porta degli inferi per catturare la povera Proserpina. La statua poggiava su una base in marmo del 1622, oggi perduta, sulla quale campeggiava un distico moraleggiante in latino del cardinale Maffeo Barberini (futuro papa Urbano VIII) che diceva:

“Quisquis humi pronus flores legis, inspice saevi me Ditis ad domum rapi.”
[O tu che, chino a terra, raccogli fiori, guardami mentre vengo rapita verso la casa del crudele Dite.]
Sia il distico che il busto di Paolo V servirono a sottolineare il senso politico dell’opera e quindi un ammonimento.

Scipione voleva far intendere a Ludovisi che quel potere così forte e spensierato che gli derivava dallo zio papa non sarebbe durato a lungo così come la giovinezza e la libertà di Proserpina. E che dunque era il caso di governare con saggezza e tolleranza, affinché non ci fossero state ripercussioni nel momento in cui il papa avrebbe attraversato la soglia dell’Ade.
Ricca di pathos, l’opera riprende un passo delle Metamorfosi di Ovidio, secondo cui la giovane Proserpina, figlia di Giove e Cerere, venne vista da Plutone, dio degli inferi, che se ne invaghì e per questo decise di rapirla mentre raccoglieva fiori al lago di Pergusa presso Enna. Anche qui non passa inosservato il notevole virtuosismo tecnico di Bernini in grado di controllare la materia e sottometterla al suo volere. Lo scultore è riuscito a catturare l’azione nel suo massimo svolgimento: le dita delle mani di Plutone non toccano, bensì affondano nella morbida carne del fianco e della coscia di Proserpina, che tenta in ogni modo di liberarsi dalla presa del suo rapitore e il cui volto è solcato da una lacrima che ne accentua la disperazione e la vergogna per la sua nudità profanata. Tra l’altro, la figura di Plutone è riconoscibile da alcuni oggetti a lui riconducibili come la corona, lo scettro e soprattutto il cane Cerbero in basso a sinistra, guardiano degli Inferi, che muove in tutte le direzioni le sue tre teste per verificare che nessuno stia assistendo alla scena e provi ad intervenire. Inoltre, sembra che sempre per il Plutone, Bernini si sia ispirato ad un busto antico ritrovato nel 1620 e poi restaurato da Algardi che lo chiamò Ercole che uccide l’Idra (oggi nel Museo Capitolino).

L’opera ha un punto di vista privilegiato, quello di sinistra (caro a Bernini), che rende riconoscibili i personaggi e comprensibile la scena, ma è anche perfettamente rifinita in tutte le sue parti, piena di particolari. che invitano l’osservatore ad un esame più approfondito. L’opera tornò alla Galleria Borghese soltanto nel 1908 per acquisto dello stato italiano, dove tutt’oggi è esposta su un piedistallo disegnato da Pietro Fortunati.

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Bibliografia
-Ovidio, Metamorfosi libro V;
-R. Wittkower, Bernini. Lo scultore del Barocco romano, Milano 1990, p. 13;
-T. Montanari, La libertà di Bernini: La sovranità dell’artista e le regole potere, Torino 2016, pp. 16-17;
-M. Minozzi, Ratto di Proserpina in Bernini, catalogo della mostra a cura di A. Bacchi e A. Coliva, Roma 2017, pp. 162-169;

 
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