Dalla luce all’avventura sensoriale: la light art di James Turrell

di Laura Davide

“My work has no object, no image and no focus. With no object, no image and no focus, what are you looking at? You are looking at you looking.”
(“Il mio lavoro non ha oggetto, nessuna immagine e nessuna messa a fuoco. Con nessun oggetto, nessuna immagine e nessuna messa a fuoco, che cosa stai guardando? Si sta guardando ciò che voi guardate.”)
James Turrell

E’ così che James Turrell, artista statunitense pioniere nel campo dell’Arte ambientale e uno dei maggiori esponenti del  “Light and Space”, presenta la propria produzione e ricerca artistica, incentrata su sperimentazioni che indagano le relazioni percettive tra stimoli acustici e luminosi; tutte le sue opere presentano la luce come strumento per  trasformare lo spazio e per riflettere sui meccanismi della percezione umana, e creare esperienze “di pensiero senza parole”; l’artista si distingue anche per un apprezzabile impegno nella comunicazione e divulgazione dei concetti chiave del proprio pensiero.


L’attenzione di Turrell è rivolta all’esperienza dello spettatore, che in precedenza si relazionava ad un’arte materialmente concreta fatta di tela e colori, ed ora è posto al centro di un’arte che è avventura sensoriale e fisica, e che, eliminato ogni oggetto, non ha nessun obiettivo, se non quello di stimolare un’ esperienza individuale. Le sue prime sperimentazioni luminose sono le Turrell Projections, ossia la proiezione in un ambiente chiuso di un singolo fascio di luce, controllato dall’angolo opposto della stanza; ma è la serie degli Skyspaces, degli inizi degli anni ’70, a segnare il percorso artistico di Turrell.
Il primo esemplare da lui realizzato si trova a Villa Panza, a Varese: una stanza, di specifiche proporzioni, il cui soffitto presenta un’apertura, di forma quadrata o circolare, che mostra una porzione di cielo. Proprio il cielo è considerato dall’artista il suo studio, la sua materia e la sua tela: ma la sua arte, come lui stesso afferma, “ is more about your seeing than it is about my seeing”. Il varco nel soffitto indica allo spettatore una porzione del reale che non sarà mai uguale a se stessa, come un dipinto variabile: ci invita a prendere tempo, ad osservare, e probabilmente sottolinea il fatto che ci serva una cornice attorno alle cose per vederle davvero. Turrell si pone al di là della creazione materiale, e crea un punto di vista, un nuovo modo di guardare a ciò che ci sovrasta quotidianamente e che crediamo di conoscere, e soprattutto un momento di meditazione personale, al quale ogni spettatore può approcciarsi in modo diverso.


Lo stesso collezionista che aveva commissionato il primo Skyspace, Giovanni Panza di Biumo, finanzia nel 1974 i primi disegni di quella che si presenta, ad oggi, la magnum opus di James Turrell: il Roden Crater, il cui progetto segue il filo rosso della sperimentazione percettiva e sensoriale.
Dopo una serie di voli di perlustrazione del territorio desertico dell’est americano, nel 1977 l’artista acquista un vulcano spento nel Painted Desert, in Arizona, con l’obiettivo di trasformare il sito naturale in un “monumento alla percezione”, ossia in un gigantesco osservatorio. Situato lontano dai centri abitati, lo stesso recarsi al sito è concepito da Turrell come un pellegrinaggio, una scelta che, una volta intrapresa, è già esperienza artistica. Il Roden Crater è una porta che permette di osservare luce, tempo e spazio; scolpito e scavato come se fosse creta, il cratere è tutto un gioco di strutture architettoniche ipogee complesse volte ad intensificare la percezione umana di cielo e terra; alcuni spazi sono camere oscure adibite all’osservazione degli eventi celesti, affinché essi aiutino l’occhio umano a misurare lo scorrere del tempo, altri allineano spazio, luce e tempo focalizzando la percezione sui momenti del tramonto e dell’alba. A testimonianza di come quest’opera sia concepita da Turrell come la summa delle proprie ricerche, la sua realizzazione risulta, dopo trent’anni, ancora in corso.

 

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