Dalla biennale borbonica alla società promotrice di belle arti

di Fabio Strazzullo

Le mostre borboniche vengono organizzate dai reali Borbone, ovvero sotto il loro patronato all’indomani del rientro di Ferdinando IV che prese il nome di Ferdinando I delle Due Sicilie dopo la Restaurazione. Si ricorda che nel 1799, Ferdinando scappò in Sicilia e tornò solo quando i moti rivoluzionari furono soppressi con condanne a morte, che diverranno i temi su cui s’insisterà in pittura e scultura. Quando si avrà la parentesi del decennio francese (1806-1815) a Napoli c’è Giuseppe Bonaparte (fratello dell’imperatore Napoleone) che poi andrà in Spagna e sarà sostituito da Gioacchino Murat. Con la Restaurazione (1815) torna nuovamente Ferdinando a Napoli e la prima cosa che dovrà fare sarà riaffermare il proprio potere politico sulla cittadinanza che aveva ancora aperte le ferite del 1799 e in più usciva da un decennio che non era andato tanto male coi francesi, se si pensa alle opere urbanistiche che avvengono sotto Murat. Allora, iniziò una serie di operazioni culturali (oggi difficilmente pensabili):

Per prima cosa fa risistemare Piazza Plebiscito, dando inizio alla costruzione della chiesa neoclassica di San Francesco di Paola, che diventerà un po’ il tempio di consacrazione dei Borbone.

prima foto

Inoltre, fa arrivare a Napoli il grande Antonio Canova, di cui si ricorda la statua di Ferdinando come Minerva, che si trova al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove viene portato in pompa magna e dove viene costruita un’esedra per contenerla. Oppure le famose statue equestri di Carlo di Borbone e Ferdinando I delle Due Sicilie, che stanno di fronte la chiesa di San Francesco di Paola e orientate verso Palazzo Reale.

Infine, Ferdinando fa un programma d’unione tra la promozione delle arti a livello reale e la struttura scolastica del Real Istituto di Belle Arti (oggi Accademia di Belle Arti). Lui stesso patrocina un sistema di esposizioni in collegamento con la struttura ossea dell’accademia, che vengono chiamate Biennali Borboniche.

In realtà, le mostre erano annuali, però una volta in un anno venivano realizzate esposizioni dell’industria artistica e manifatturiera (artigianato) e l’anno successivo di belle arti (pittura, scultura, architettura). In seguito arti belle, ma di meno interesse (incisione, disegno, copia ecc.). Questo sistema accadeva ogni due anni, perché nell’anno precedente e successivo c’era quella delle industrie artistiche e questo sistema viene detto Biennale Borbonica e nasce nel 1826 e finisce nel 1859, perché siamo alle porte dell’unità d’Italia. La messa a sistema delle mostre era un vantaggio, perchè garantiva una produttività degli artisti e quindi per la prima volta era stato creato un sistema buono ed efficiente. Ovvero, l’artista sa che un giorno può esporre opere viste da molti, compreso il re che può comprarle per una grande raccolta (il Museo Nazionale di Capodimonte). L’artista sapeva che due anni dopo aveva un’altra possibilità e quindi la ricerca continuava. Queste mostre si allineavano un po’ alla programmazione didattica dell’accademia, o meglio del Real Istituto di Belle Arti, che era governato da grandi maestri. Il percorso formativo degli artisti in accademia durava almeno quattro anni, in cui il giovane doveva fare tutte le classi, cioè si cominciava dal disegno e anche se lui voleva fare solo il pittore doveva fare comunque tutto. Dunque l’attività formativa era molto seria e importante. Il mondo accademico, tra l’altro rispondeva a quello delle esposizioni, che si dividevano in settori, avevano:

-la pittura di storia

-la pittura di paesaggio

Le mostre erano organizzate al Real Museo Borbonico (oggi Museo Archeologico Nazionale di Napoli), quindi c’era quasi un riflesso tra la struttura scolastica e quella espositiva. Nel sistema espositivo c’erano anche le premiazioni come nell’accademia, dove si premiavano i più meritevoli in ciascun concorso e così anche nelle mostre erano premiati. Ciò permetteva un percorso della ricerca artistica e anche una certa qualità, dato che ci si doveva impegnare. Tuttavia, gli artisti non sono d’accordo, perché volevano avere maggior libertà dall’idea di lavorare bene solo per il premio. Libertà che otterranno solo con l’unità d’Italia.

seconda foto

Per questo si parte col 1855, perché le ultime biennali borboniche sono state due mostre che porsero problemi, perché gli artisti Domenico Morelli, Filippo Palizzi ecc. diventeranno i punti di riferimento del nuovo processo che avverrà nella seconda metà dell’800. Altra data simbolica è il 1911, perché è una anno di celebrazioni e di svolte. Vi è il cinquantenario dell’unità d’Italia ed esplodono molte mostre che fanno capire la crisi che l’Italia ha trascorso in questo cinquantennio. Inoltre, il 1911 è anche il cinquantenario della Promotrice a Napoli.

Un sistema espositivo che sarà il nostro calendario di tutte le esposizioni a Napoli e non solo e quindi tutto il processo artistico che si modifica. Queste mostre erano la palestra, dove molti artisti s’incontravano e non a caso alcune loro opere si somigliano, perché si conoscono e hanno uno scambio di idee. Il cinquantenario segna anche la crisi della promotrice, perché la società lo era già e con la mostra del 1911 si perdono le speranze.

Nel 1859-60 avvengono i fatti più stretti dell’unità d’Italia e gli artisti che avevano combattuto come liberali antiborbonici si riuniscono insieme e fondano la Società Promotrice di Belle Arti, che nel 1891 sarà intitolata a Salvator Rosa.

Questo primo nome nasce dalle società promotrici esistenti, perché già Genova, Firenze e Torino ce le avevano. Quindi, loro vogliono allinearsi con le grandi città italiane moderne. E quella di Napoli era la più nuova e la più moderna, perché fondata vent’anni dopo e perché:

-la cadenza delle mostre era ogni anno (mostra annuale) che significava spirito nuovo ogni anno, dato che l’artista non poteva ripetersi.

-abolizione dei premi che significava sottrarsi alla struttura accademica, perché questi artisti sono antiaccademici. Di Fatto, con loro l’accademia sarà rinnovata.

-libertà degli artisti con l’abolizione dei generi artistici.

Altra cosa importante è che la società diventa una società per azioni, cioè il primo statuto è scritto da pochi soci che poi aumenteranno. Questi, inizialmente erano artisti come Domenico Morelli, Filippo Palizzi, Michele Tedesco poi si aggiungono intellettuali e politici, ma non mancano i professionisti come medici e avvocati, ma sempre intellettuali. Rappresentanti dell’alta borghesia o nobilità di sangue diventano sia soci che collezionisti. Quindi, si sviluppa anche un mecenatismo e di conseguenza un sistema di relazioni nuovo che porterà anche alla nuova committenza sia civile che sacra. La promotrice è una bomba e tra questi soci entrano anche le istituzioni come il comune di Napoli che poi si allargano anche a varie città come Avellino, Cosenza ecc. Questi soci, inoltre pagavano una quota associativa che serviva per sostenere le spese per allestire annualmente le mostre e in cambio avevano due cosa:

-le opere invendute venivano sorteggiate tra i soci.

-diritto di prelazione (mercanteggiare) e di questo gli artisti erano contenti, perché le loro opere entravano in un’istituzione. Ovviamente a nome delle istituzioni andavano a queste mostre i presidenti e dunque si formano le raccolte.

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BIBLIOGRAFIA CONSULTATA PER LA REDAZIONE DI QUESTO ARTICOLO:

  1. P. Meneghello, “Le “Biennali” borboniche 1826-1859” in Orsola Faccioli e Antonio Licata, una coppia di artisti.
  2. P. Meneghello, “La Società Promotrice di Belle Arti a Napoli 1862-1897” in Orsola Faccioli e Antonio Licata, una coppia di artisti.

 

 
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