Cronaca di una morte annunciata e mai avvenuta: definire la fine dell’arte

Di Alessandro Cester

Indagare il futuro dell’arte è un esercizio che da decenni, per non dire da secoli, tiene impegnati critici ed artisti. Anche ammesso che sia possibile con gli strumenti del presente prevedere il futuro, resterà forse sempre impossibile definire dei criteri che identifichino l’opera d’arte in modo oggettivo, nonostante tutti i nostri sforzi. Ma nonostante l’impossibilità di definire, siamo convinti che l’Arte con la maiuscola si nasconda tra la rappresentazione e l’idea, tra la materia ed il genio, tra la tecnica e la passione, in una commistione a percentuali variabili che non riesce ad essere una formula matematica.

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Gli accesissimi dibatti dei critici non sono riusciti a spegnere l’interesse degli artisti nei confronti della realtà, nemmeno ora che il rapporto tra arte e realtà è così palesemente ambiguo.

Oggi la realtà è sparita dietro allo schermo del televisore, del notebook, del tablet, dello smartphone, degli occhiali di Google. Assistiamo ad un significante in alta definizione, fotorealistico, che annichilisce il significato ed è, per così dire, bidimensionale nella piattezza della sua proposta.

E’ un processo avviato cent’anni fa da Marcel Duchamp con il suo ready-made, che si imponeva sulla scena artistica come estrema sintesi della mimesi, l’ultimo atto dell’imitazione del vero.

Messa definitivamente in crisi la critica, Duchamp si era concesso il lusso di dimostrare quanto fragile fosse ogni tentativo di definizione ontologica dell’opera d’arte, prendendo contemporaneamente le distanze da una narrazione storica dell’arte che per secoli aveva auto-legittimato la propria esistenza, nell’ottica di un continuo progresso unidirezionale.

Con Warhol ed il suo feticismo per la merce, l’uomo ha smesso di concedersi il tempo per un’esperienza estetica che lo coinvolga dal punto di vista dell’impegno, preferendo un’arte prêt-à-porter, fatta di immagini rassicuranti ed infelicemente vuote, in cui la speculazione commerciale sembra essere l’unico valore.

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Nella società contemporanea la spettacolarizzazione della politica, del sesso e dell’estetica genera una realtà che è più vera della realtà tangibile. La violenza del mezzo nei confronti del reale è esplicita, l’immagine televisiva si fa più vera del vero. L’immagine è testimone migliore della realtà rispetto a qualunque cosa, di fatto appiattendo gli eventi a mere immagini di essi.

L’arte di oggi offre un panorama desolante di stasi e metastasi, anzi per dirla con Jean Baudrillard: “è come per il cancro: qualcosa smette di evolvere, di ordinarsi secondo una regola del gioco, e allora le cellule si mettono a proliferare nel disordine e all’infinito”. Come se attraverso la liberazione senza precedenti di forme, linee, concetti, suoni, attraverso una globalizzazione del gusto, la nostra modernità si fosse incarnata in una estetizzazione generale che promuove ogni forma di “cultura” senza distinzione. Non più l’impalpabile sogno utopico dell’arte, ma la sua piena realizzazione attraverso i media, l’informatica, il video, la pubblicità e il marketing.

Ed è interessante notare come questa globalizzazione dei consumi che si vive ai giorni nostri sia stata preceduta o perlomeno accompagnata di pari passo anche dalla diffusa estetizzazione del banale. Nella società dei consumi si vende per vivere e vendere dipende dalla capacità di dettare le regole del gusto e saper veicolare gli acquirenti.

L’arte si condanna quindi alla sparizione e non in modo forzato: l’uomo contemporaneo attribuisce dignità estetica al bello come al brutto, all’originale come allo scioccante, al pornografico come al religioso. Questo comporta per forza di cose la sparizione perché come ebbe a dire ancora Baudrillard “noi siamo creatori sfrenati di immagini ma segretamente siamo iconoclasti” specificando però “non di quelli che distruggono le immagini, ma di quelli che ne fabbricano una profusione dove non c’è niente da vedere”.

Una situazione che ci mette di fronte al fatto che oramai la comunicazione, e con essa la comunicazione artistica ossia il messaggio intrinseco di ogni opera, sia schiacciata dall’ingombrante presenza di qualcosa di più rapido e diretto che non richiede interlocuzione.

La comunicazione è troppo lenta poiché avviene attraverso il contatto e la parola. Al contrario lo sguardo è molto più veloce, veicola un messaggio senza bisogno di comunicare, il medium perfetto per i media grazie al quale tutto si svolge istantaneamente e provoca il metastatico proliferare delle immagini.

E la proliferazione assoluta, la produzione di cultura, la museificazione del reale, il grado Xerox della cultura sono perfettamente in rapporto con quella che è, in ultima analisi, la sparizione dell’arte stessa. L’atto creativo di Duchamp, il gesto di Pollock, la trasfigurazione del banale di Warhol e soprattutto la sua convinzione che ogni cosa sia arte, sono testimonianza di un’arte che si è fatta astratta in un senso nuovo; oramai l’opera manifesta se stessa nell’idea, nel concetto, nell’intuizione creativa e sempre più spesso non ha nemmeno più un riscontro nella realtà fenomenica.

L’avvento della banalità, la meccanicità del gesto e l’iconolatria verso le immagini profane del mondo fanno di Warhol il profeta della fine dell’arte o della fine della storia dell’arte come la conosciamo.

Ma quindi cosa dovremmo aspettarci una volta finita la modernità? Cosa attende il mondo dell’arte? La mortalità dell’arte, o perlomeno la mortalità della disciplina, non necessariamente dovrebbero avere carattere definitivo: potremmo sperare in una lunga pausa di riflessione del mondo artistico, rinchiuso nel letargo dell’estetica a fine di lucro che governa la post-modernità. Inoltre abbiamo constatato che la morte dell’arte produce la morte dell’arte “pubblica”, consentendo invece la meta-stasi produttiva esuberante che è l’arte come vuota istituzione e soprattutto come consapevole simulazione di se stessa.

L’uniformazione del gusto secondo i dettami dell’imperante globalizzazione economica ha stravolto i delicati equilibri mondiali, portando ad una progressiva sparizione delle realtà locali meno visibili, vendibili o al passo con il consumo delle immagini. A causa della nostra visione assolutizzante, l’arte contemporanea  africana o magari di qualche sperduta regione asiatica, o le ipotetiche avanguardie dell’arte polinesiana, annichiliscono senza nemmeno nascere, intrappolate all’interno della storia dell’arte come fossero stagioni dell’arte occidentale.

Abbiamo sottolineato come negli ultimi cinquant’anni, proprio a partire da Warhol e la sua rivoluzione dell’immagine, le arti visive hanno preso a manifestare una sempre più accentuata deriva nichilistica. Una costante propensione a ridurre il reale al virtuale, alla smaterializzazione dell’oggetto artistico in un simulacro senza più un referente materiale.

Tutto questo ferma restando una considerazione che dobbiamo a Giulio Carlo Argan, utile per ricordare quanto l’arte sia parte fondamentale e fondante della cultura umana: “l’eternità dell’arte è una frottola, il vero problema è la sopravvivenza della civiltà dopo la fine dell’arte. E questo dipenderà anche dal modo in cui l’arte avrà vissuto la propria fine, che sarà ancora un momento della storia, di tutti il più illuminante”.

 

citazioni da

Baudrillard, La sparizione dell’arte, Milano, Abscondita, 2012

G.C. Argan, Ritratti di opere e di artisti, Editori Riuniti, 1993

 

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