Constantin Brâncuși e “L’uccello nello spazio”: un curioso caso giudiziario

di Laura Corchia

“Lì,davanti ai nostri occhi, l’Uccello nello spazio non è più solo l’elegantissimo pezzo di metallo che pensiamo di conoscere tanto bene dalle fotografie. E’ la Fenice che, appena rinata, vola”.

La curiosa vicenda giudiziaria che stiamo per raccontare ha come protagonisti lo scultore rumeno Constantin Brâncuși, un funzionario doganale e una scultura dal titolo Uccello nello spazio. 

L’opera, sbarcata a New York nell’ottobre del 1926 insieme al suo artefice e a Marcel Duchamp, era stata diligentemente imballata in una cassa ed era destinata alle sale di una delle gallerie più in voga della Grande MelaBrummer.

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F.J.H. Kracke, funzionario della dogana dalle dubbie conoscenze artistiche, aprì l’imballo per ispezionarne il contenuto e si trovò tra le mani quello che tutto era fuorché un uccello come comunemente lo intendiamo: non aveva ali, non aveva becco, non aveva zampe. Era un oggetto di bronzo lucido dalle forme molto stilizzate e montato su una base di metallo. Avrà certamente pensato che i due volevano prendersi gioco di lui perché in quello strano oggetto non riusciva assolutamente a vedere l’essenza del volo. In maniera molto sbrigativa, classificò l’oggetto come “Kitchen Utensils”, destinato al commercio, rifiutando di applicare l’esenzione fiscale prevista per le opere d’arte.

A nulla valsero le proteste di Duchamp e Brâncuși e allo scultore non restò che pagare la cifra prevista per l’importazione dei manufatti in metallo. La faccenda non si chiuse così. Brâncuși decise di avviare un processo che terminerà due anni dopo con la decisione del 26 novembre 1928.

I giudici interrogarono diversi testimoni, tra cui il fotografo Edward Steichen, di cui riportiamo uno stralcio delle dichiarazioni:

Il giudice Waite chiese a Steichen «Lei come lo chiama questo?», e Steichen rispose: «Lo chiamo come lo chiama lo scultore, oiseau, cioè uccello». Waite continuò: «Come fa a dire che si tratti di un uccello se non gli somiglia?», e Steichen: «Non dico che è un uccello, dico che mi sembra un uccello, così come lo ha stilizzato e chiamato l’artista».

Waite incalzò: «E solo perché egli (l’artista) lo ha chiamato uccello, questo le fa dire che è un uccello?» Steichen: «Sì, vostro Onore». Ma Waite insistette: «Se lei lo avesse visto per strada, lo avrebbe chiamato uccello? Se lo avesse visto nella foresta, gli avrebbe sparato?» e Steichen: «No, vostro Onore».

Il governo degli Stati Uniti nominò invece come testimoni gli scultori Robert Aitken e Thomas Jones. Durante il controinterrogatorio,  l’avvocato Speiser chiese ad Aitken «Mr. Aitken, mi direbbe perché questa non è un’opera d’arte?», e Aitken: «Prima di tutto perché non è bella e poi non mi piace».

Alla fine Brâncuși la spuntò: quello strano oggetto era una scultura astratta, una vera e propria opera d’arte. Gli stessi giudici ne furono pienamente convinti e nella sentenza si legge «L’oggetto considerato… è bello e dal profilo simmetrico, e se qualche difficoltà può esserci ad associarlo ad un uccello, tuttavia è piacevole da guardare e molto decorativo, ed è inoltre evidente che si tratti di una produzione originale di uno scultore professionale».

Steichen si innamorò della scultura e decise poi di acquistarla. Dopo il processo disse: «Uccello nello spazio è stato il miglior testimone di se stesso. È stato l’unica cosa che fosse chiara alla Corte: splendeva come un gioiello».

Le doti di Brâncuși furono chiare a tutti tranne al funzionario doganale, che continuò a nutrire seri dubbi in proposito. In un’intervista ebbe il coraggio di dire: «Se quello dice di essere un artista, io sono un muratore».

 

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